Normative e Marchi di Certificazione per il rendimento energetico e la qualità nell’edilizia in Emilia Romagna

Le fonti non rinnovabili di energia stanno diventando scarse e più costose a livello globale; parallelamente, aumenta l’impatto dell’inquinamento e dei gas serra sulla salute umana e sull’ambiente. Il consumo degli edifici riveste un ruolo importante nella futura prospettiva di miglioramento nell’ambito dell’efficienza energetica e della riduzione delle emissioni inquinanti.

Attualmente gli edifici incidono per circa il 40% sul consumo totale di energia. Le prestazioni energetiche degli edifici sono notevolmente migliorate negli ultimi anni, grazie all’adeguamento delle nuove costruzioni alle normative europee. Tuttavia, aspetti socio-culturali quali l’incremento del numero dei nuclei familiari, benché la popolazione totale sia stabile, e aspetti socio-economici come l’incremento del livello di confort (riscaldamento e raffrescamento) degli ambienti interni, l’aumento delle dimensioni degli alloggi e la crescita del numero di elettrodomestici, portano a prevedere un incremento della domanda di energia nel settore.

L’ottenimento di un elevato rendimento energetico in un edificio richiede, in primo luogo, la riduzione della domanda di energia. Ridurre la domanda di energia significa ridurre le perdite di calore in inverno e gli apporti in estate, attraverso adeguate caratteristiche dell’involucro dell’edificio: pareti, finestre, copertura, basamento. In secondo luogo, l’energia richiesta deve essere fornita da sistemi  (generatori e impianti di distribuzione) aventi elevata efficienza energetica e possibilmente attraverso fonti di energia rinnovabili.

In Italia, dopo il recepimento della normativa europea 2002/91/CE attraverso il Decreto legislativo n. 192/2005 “attuazione della direttiva 2002/91/CE relativa al rendimento energetico nell’edilizia” e il successivo Decreto legislativo n. 311/2006 “Disposizioni correttive ed integrative al decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 192, recante attuazione della direttiva 2002/91/CE, relativa al rendimento energetico nell’edilizia”, progettazione e costruzione secondo criteri orientati al risparmio energetico sono obbligatorie. Alcune Regioni – essendo le tematiche legate all’energia demandate alla amministrazione Regionale – hanno emanato leggi che possono imporre limiti più restrittivi e richiedere più elevati livelli prestazionali.

In Emilia Romagna è in vigore la normativa Regionale 156/2008 “Atto di indirizzo e coordinamento sui requisiti di rendimento energetico e sulle procedure di certificazione energetica degli edifici” e successiva modifica 1362/2010.

Al fine di garantire il rispetto delle normative e la corrispondenza tra progetto e costruzione, è stato introdotto l’obbligo – per gli edifici di nuova costruzione e per alcune categorie di intervento su edifici esistenti – della produzione dell’”attestato di certificazione energetica”.

L’attestato, oltre a garantire il rispetto dei valori limite previsti, serve a certificare a livello commerciale il valore, in termini di rendimento energetico, dell’edificio nel mercato immobiliare. Esso è infatti richiesto anche in caso di compravendita e di locazione di immobili esistenti, senza nessun obbligo di soddisfare limiti prestazionali, al fine di dare alle prestazioni energetiche di un edificio un peso a livello commerciale.

Il consumatore inoltre, tramite l’attestato di certificazione energetica, conosce anticipatamente la stima dei costi di gestione per il condizionamento e la produzione di acqua calda sanitaria.

Già prima che venisse introdotto l’obbligo della certificazione energetica esistevano in Italia marchi di certificazione della qualità del costruito, tra cui il più famoso è probabilmente il marchio CasaClima. Questi marchi sono stati fondamentali nello sviluppo delle buone pratiche nel costruire e nella promozione dell’importanza della sostenibilità energetica. Tuttavia, questi marchi sono spesso basati su procedure di valutazione non conformi a quanto richiesto dalle leggi attualmente in vigore.

In Emilia Romagna sono stati sviluppati alcuni marchi di certificazione il cui rilascio comprende la produzione del certificato secondo la procedura prevista dalla normativa.

Tra questi, il marchio Ecoabita (www.ecoabita.it) è attivo nella zona di Reggio Emilia per incentivare la sperimentazione delle buone pratiche di risparmio energetico e la diffusione della certificazione energetica degli edifici. Ecoabita è un progetto del Comune di Reggio Emilia, della Regione Emilia Romagna, della Provincia di Reggio ed di ACER.

Grazie al marchio Ecoabita nell’area di Reggio Emilia il mercato edilizio è caratterizzato da alta qualità; inoltre la cultura della sostenibilità e della attenzione alle tematiche energetiche è generalmente diffusa. Agli edifici che consentono di raggiungere un particolare risparmio energetico, è assegnata, oltre al certificato energetico che sostituisce il certificato energetico regionale previsto dalla normativa, una targa che rende riconoscibile la qualità costruttiva dell’edificio.

Il marchio Qualicasa, il cui progetto è a cura di CNA Provinciale di Modena, Collegio Imprenditori Edili API Modena, Camera di Commercio di Modena e NuovaQuasco, è invece un marchio multicriteriale che potrà essere rilasciato ad edifici residenziali con caratteristiche di elevata qualità , non solo per quanto riguarda le prestazioni energetiche, ma anche per quanto riguarda il rispetto dell’ambiente (uso di materiali ecocompatibili, corretto uso del suolo), il comfort interno e la sicurezza. Per ognuna delle 4 aree (Casa Energia, Casa Ambiente, Casa Comfort, Casa Sicura) sono previsti 4 livelli prestazionali: Basic (che presuppone il rispetto dei requisiti minimi previsti dalle normative in vigore), Silver, Gold e Gold Plus.

La definizione di un sistema di certificazione dei vari aspetti che contribuiscono a definire la qualità di un edificio è indispensabile, non solo per accrescere la consapevolezza dell’importanza del rispetto dell’ambiente, ma anche per stabilire un legame tra qualità del costruito e valore commerciale, così che tutti gli attori del processo edilizio siano stimolati a perseguire alti livelli prestazionali.

Autore: Valentina Preti

Km 0 o Km equo? Riflessioni intorno al concetto di food miles

Torno a parlare di un argomento che mi sta particolarmente a cuore: quello dei costi ambientali dei nostri consumi alimentari.  Già nel primo articolo che ho scritto per questo sito-blog ho cercato di evidenziare alcune relazioni che intercorrono tra il nostro carrello della spesa e l’ambiente. È ormai certo che la globalizzazione dell’industria alimentare concorre in maniera significativa al depauperamento delle risorse del Pianeta. Se fino a 50 anni fa il cibo veniva spostato solo per brevi distanze, oggi può viaggiare per centinaia o migliaia di chilometri ed è chiaro che tutto ciò ha delle ripercussioni sull’ambiente: sia in termini di emissioni di Co2, che di inquinamento atmosferico e acustico, di traffico veicolare, di consumo energetico, etc. Negli ultimi anni si è cercato di valutare questo impatto attraverso il conteggio dei Km percorsi dagli alimenti, i cosiddetti “food miles”. Il ragionamento che sta dietro a questo concetto è piuttosto semplice: più un cibo ha viaggiato, più risorse ha sfruttato e dunque più è impattante.

Da qui, l’idea che per ridurre la nostra impronta ecologica sia da preferire la spesa a Km 0. Sono molti però gli aspetti che non vengono considerati da questa tesi, come per esempio il fatto che circa il 48% dei Km percorsi dal cibo è attribuibile al compratore; il quale, generalmente, non va a fare la spesa in bicicletta! Altri studi hanno evidenziato come, in realtà, il consumo di cibo locale non consenta un reale risparmio energetico: un minor consumo di energia sembrerebbe invece legato alle dimensioni dell’azienda (più le aziende sono piccole e meno sono efficienti dal punto di vista energetico). Sembrerebbe, infatti, che serva meno energia per produrre carne d’agnello in una grande fattoria neozelandese e portarla via mare ad Amburgo, che produrla in una piccola fattoria in Germania; questo perché si devono considerare le diverse caratteristiche ambientali  e climatiche. Per questi, e altri motivi, un indicatore unicamente basato sui chilometri percorsi non può essere un indicatore valido dell’impatto complessivo della produzione di un dato bene. Anche perché trascura completamente le implicazioni sociali ed etiche.

Con questo non voglio assolutamente dire che sono contro la spesa a chilometro zero (anzi!), voglio solo evidenziare il fatto che siano da tener in considerazione anche altri aspetti quando si fa la spesa, che vanno ben oltre la sola vicinanza. È vero che consumare cibo locale, oltre che essere più salutare, contribuisce alla tutela della biodiversità (qualora i produttori appoggino la coltivazione di specie autoctone), a conservare saperi e tradizioni culturali (il cd. patrimonio immateriale) e a salvaguardare gli splendidi e variegati paesaggi rurali della nostra penisola. Penso però che al concetto di Km 0 vada necessariamente affiancato quello di Km equo: avete mai considerato che il sostentamento di oltre un milione di persone dell’Africa rurale dipende dall’importazione di prodotti ortofrutticoli da parte dell’Europa? Se consideriamo solo il concetto di food miles, finiamo per ignorare altre dinamiche di ordine sociale altrettanto importanti. Facciamo un banalissimo esempio:  le emissioni medie di un cittadino italiano sono di molto superiori rispetto a quelle di un cittadino del Kenya. Se ci rifiutassimo di acquistare le derrate alimentari prodotte nel Sud del Mondo, finiremmo con il penalizzare queste realtà a bassa emissione, limitando il loro diritto allo sviluppo. A mio avviso, all’interno di questo discorso, il rapporto di sfruttamento che da tempo lega la nostra storia a quella di questi paesi merita la giusta considerazione: con tutta la Co2 che emettiamo quotidianamente in atmosfera, penso che potremmo permetterci di immetterne ancora un pochino per sostenere lo sviluppo di chi di gas serra ne immette giornalmente quasi 35 volte meno!!! Senza contare che, se acquistiamo prodotti equo-solidali, scegliamo di sostenere un sistema che, facendo del  rispetto dell’ambiente e della diversità genetica uno dei suoi pilastri portanti, da anni si impegna per promuovere lo sviluppo sostenibile di quelli che purtroppo ancora oggi dobbiamo chiamare paesi poveri.

Voglio concludere questa riflessione con le parole di James Mac Gregor dell’IIED (Istituto Internazionale per l’Ambiente e lo Sviluppo): “la gente che pensa di risolvere i problemi climatici del Pianeta evitando di acquistare cibo che ha viaggiato per lunghe distanze, in realtà rischia di affamare milioni di persone, negando loro il reddito di cui necessitano per la casa, l’alimentazione, la sanità e l’educazione dei figli, generando in definitiva nuove masse di disperati in fuga dalle proprie terre”.

Autore: Sara Colombo

Arrivano le zanzare, chi chiamerai?

fonte immagine: menef8.it

Arriva l’estate, il tanto atteso caldo, il sole e anche le ferie, evviva! E come sempre, arrivano le zanzare: sempre più grosse, sempre più assetate e sempre più mal sopportate in ognuna delle loro forme. L’antizanzare che ho in casa ha una bella etichetta “pericoloso per l’ambiente”, è da “utilizzare solo in luoghi ben ventilati”, “altamente tossico per gli organismi acquatici”, da “conservare lontano da alimenti e mangimi” e infine “se usato in camera da letto (e dove se no?), questa va areata”.

Negli ingredienti 100 g di prodotto ne contengono 13,4 di Transflutrina (ingrediente tossico per inalazione, ma con effetti non rilevanti sull’uomo) e altre sostanze inerti non meglio identificate. Inoltre devo tenere il diffusore nella presa della corrente 24 ore su 24.

A parte il consumo inutile di elettricità e la spesa, qui c’è da vedere chi abbiamo intenzione di eliminare prima, noi o le zanzare? Non facciamo inutili allarmismi, ma nella lotta all’ultimo sangue sta prendendo piede un nuovo strumento che è capace di eliminare fino a 2000 zanzare a notte dai paraggi delle nostre case, con tutto sommato un disturbo decisamente irrisorio per gli umani e una ottima compatibilità ambientale. Si tratta di una residenza alternativa per alcuni simpatici animali, spesso battezzata come bat-house o bat-box. Ovvero “casa per pipistrelli”.

I pipistrelli nelle città fanno sempre più fatica a trovare un riparo, rimangono incastrati fra le tegole o i tubi, oppure cercano improbabili nascondigli nelle nostre men-house, con tutti i problemi conseguenti. Ecco allora che si può acquistare, mediamente a un prezzo sui 20 euro, una piccola casettina studiata apposta per i divora-zanzare da mettere sotto il balcone o in giardino o in altri punti strategici, seguendo alcune semplici regole. Ci guadagnamo un simpatico amico che tiene d’occhio le nostre finestre e che avendo il suo da fare la notte, di giorno dorme nella sua piccola casettina. In inverno semplicemente la lascia libera perchè il pipistrello va a cercarsi ripari di lungo termine, come le grotte, in gruppo con gli altri suoi simili.

Ricordiamo poi anche per i più sensibili che il pipistrello è una specie in via di estinzione e c’è un programma denominato BAT, che cerca a livello europeo di rilanciarne la riproduzione.

Per chi vuole risparmiare e dilettarsi nella produzione del suo cantuccio per pipistrelli, ci sono i consigli di questa utilissima guida preparata ai cittadini dal Comune di Brescia.

http://www.comune.brescia.it/NR/rdonlyres/B16BBBA9-8AA2-44CB-95B6-5AC0686CC0A9/0/COSTRUIREUNABATBOX.pdf

Autore: Samuele Falcone

Se il bambino non cuce più i palloni del calcio milionario

Fonte: kazeinology.files.wordpress.com

Oggi vorrei porre l’attenzione su un progetto passato, il “Pallone equo”, che ha portato nei nostri campi di calcio un prodotto fatto con i criteri del Commercio Equo e solidale. Per chi non lo conoscesse, si tratta di un commercio che cerca di assicurare pari opportunità a tutte le parti in gioco nella catena di un prodotto da importazione. Infatti, volenti o meno, molto spesso usufruiamo di prezzi vantaggiosi grazie al fatto che i diritti dei lavoratori, generalmente rispettati nei nostri paesi, non vedono un riscontro nei paesi stranieri da cui ci approvvigionamo per le materie prime o dove delocalizziamo se conviene le nostre attività.

Il progetto Pallone Equo è partito da una regione specializzata tradizionalmente nella cucitura, il Sialkot in Pakistan. Qui le multinazionali hanno già creato in passato un vero e proprio distretto del pallone (tanto che circa il 70% dei palloni mondiali è prodotta in quest’area). Ogni pallone prodotto nella regione è normalmente venduto a ben 80 dollari, a fronte di una spesa di 7 dollari e mezzo da parte della società produttrice. E già, noi consumatori finali, paghiamo il prezzo di una speculazione non indifferente. Quello che è più grave però è che i lavoratori del Sialkot percepiscono in media solo mezzo dollaro, di quei 7,5 e di quegli 80. Si tratta di contesti rurali molto poveri dove molto spesso abbiamo bambini che passano ore, anzichè per il gioco e lo studio, per produrre palloni per le grandi marche.

I nostri bambini quindi giocano spesso con palloni cuciti da altri bambini. E soprattutto il nostro calcio milionario degli eccessi utilizza palloni cuciti da bambini (o da adulti) in miseria che guadagnano probabilmente quello che un calciatore guadagna in trenta minuti.

Fairtrade ha provato con successo ad invertire la rotta e ha creato il “Pallone Equo”, un prodotto delle medesime qualità ma realizzato da famiglie che hanno ricevuto una retribuzione appunto più giusta ed equa. Fairtrade punta a creare cooperative che siano guidate dall’indipendenza dal capitale estero e che seguano logiche di soddisfacimento delle necessità locali. E non dimentichiamolo, proibisce il lavoro infantile (ovvero al di sotto dei 15 anni, 14 in casi particolari). Il progetto, essendo realizzato in situazioni culturali particolari, si è riadattato prevedendo maggiori controlli sui lavoratori, riuniti in centri specializzati di cucitura dove l’ILO controlla che siano rispettati tutti i criteri, compreso il divieto di lavoro minorile. Ogni “Pallone equo” venduto inoltre prevede il versamento di mezzo centesimo all’Organizzazione Interazionale del Lavoro (ILO).

Si tratta di un grande esempio di riequilibrio delle ingiustizie globali e di giustizia sociale che serve a fare “sviluppo sostenibile” tanto quanto piantare alberi. Il progetto, che conta come testimonial l’ex calciatore Damiano Tommasi della AS Roma, ha coinvolto gli scorsi europei di calcio, dopodichè ha iniziato a riguardare anche palloni da basket e da pallavolo. Non abbiamo notizie relative agli ormai prossimi mondiali di calcio, aspettiamo e vediamo.

Di seguito, worldmapper modifica le grandezze dei paesi nel planisfero in base allo sfruttamento (o meno) del lavoro minorile, per dare una misura di quanta ingiustizia e squilibrio rimane ancora nel mondo.

Autore: Samuele Falcone

Fonte: worldmapper.org

Girovagando per il FuoriSalone

Si svolge in questi giorni (13 – 19 aprile) la 49ma edizione del Salone del Mobile di Milano. Come avviene da molti anni, accanto all’esposizione consueta nei padiglioni di Rho, la città si anima grazie alle centinaia di eventi del FuoriSalone sparsi tra i vicoli di Brera, sulle sponde dei Navigli, davanti le vetrine del Quadrilatero.

Quest’anno forse più che nel passato, le iniziative sono ricche di rimandi all’ecologia, alla sostenibilità, all’attenzione verso l’ambiente, temi oramai ben noti ad architetti, progettisti e designers. Non sempre però è facile distinguere idee veramente originali e ambientalmente innovative da creazioni e proposte semplicemente “pucciate” nel verde oramai così fashion. Come destreggiarsi quindi tra questa miriade di happening, mostre, incontri?

Un’interessante itinerario tematico è proposto da BestUp - circuito per la promozione dell’abitare sostenibile – che ha selezionato decine di iniziative che declinano la sostenibilità in tutti i suoi anche più insoliti aspetti. Per renderlo ancora più accattivante, l’itinerario sostenibile Fuori Salone 2010 si accompagna ad una divertente caccia al tesoro: chi scopre almeno 5 delle 7 parole-chiave dell’eco-design  nascoste in alcune delle tappe del percorso, potrà ritirare il suo premio, ovviamente rigorosamente ecologico. Ecco le tappe più interessanti che ho selezionato per voi:

  • Piazze Green, cioè i luoghi di riferimento per immergersi nell’efficienza energetica, nel risparmio, nel riciclo …
    • Milano Green Festival promuove mostre, incontri e servizi. Molto interessanti sono sia i laboratori sul riciclo creativo sia gli incontri per discutere della natura in città.
      Dove: Galleria Venti Correnti, via Cesare Correnti, 20
    • Posti di Vista raccoglie gli eventi promossi dalla Fabbrica del Vapore, da convegni di eco-design a spettacoli teatrali, da installazioni artistiche alla progettazione attiva del verde.
      Dove: Fabbrica del Vapore, via Luigi Nono, 7
    • Public Design Festival è l’iniziativa di Esterni per la valorizzazione creativa degli spazi pubblici. Le parole d’ordine sono sostenibilità e partecipazione attiva. La zona di via Vigevano è il laboratorio a cielo aperto per dimostrare che si può cambiare il modo di progettare, vivere e pensare gli spazi pubblici grazie ad una “costruzione collettiva”. Da non perdere “ROoM for a day” e “l’orto in città”.
      Dove: Porta Genova e via Vigevano
  • Arte: installazioni, opere site specific e mostre sono disseminate un po’ ovunque, ma quella organizzata dalla casa editrice Minimum Fax nell’ambito di Re-book è proprio originale: l’artista Alice Visin ha dato nuova vita alle pagine di vecchi libri trasformandole in un bianco giardino di fiori-spilla da cogliere. Si è voluto in questo modo inaugurare un contest per raccogliere idee sul riuso dei libri. Lì accanto poi è possibile partecipare al “mercatino biologico del libro” dove barattare, scambiare a peso, comprare nuovi e vecchi libri. Dove: Alzaia Naviglio Grande, 42
  • Eco-prodotti: se invece cercate oggetti, tessuti e arredi domestici innovativi, a basso impatto ambientale, riciclati, o ecologicamente corretti Sparkling è la location che riunisce aziende selezionate per la loro attenzione a questi aspetti. Dove: via tortona, 31
  • Laboratori e concorsi: se poi volete sentirvi ancora più partecipi e coinvolti potete prendere parte ad uno dei tantissimi laboratori o proporre la vostra idea in un concorso:
    • L-Hub Game per sperimentare tecniche di creazione di oggetti di tessuto e materiali insoliti. Dove: ripa di porta ticinese, 69
    • IoRiciclo TuRicicli per ammirare le creazioni dei partecipanti ad un concorso veramente unico: dare vita ad oggetti di qualsiasi tipo partendo da un semplice campione di scarto di produzione dei feltrini sottosedia. Dove: via tortona, 35

Autore: Eva Gabaglio

Ora Legale, il 28 marzo lancette avanti un’ora: risparmi per 644mln di kWh

Durante il periodo di ora legale, che partirà nella notte tra sabato 27 e domenica 28 marzo, facendo spostare le lancette un’ora in avanti, in Italia si risparmieranno consumi di energia elettrica pari a 644 milioni di kilowattora (in aumento rispetto ai 640 milioni di minor consumo del 2009).

E’ la stima formulata da Terna, la società responsabile della gestione dei flussi di energia elettrica sulla rete ad alta tensione, in una nota in cui si sottolinea come si tratti di una quantità di energia corrispondente quasi alla metà dei consumi domestici annui del Friuli-Venezia Giulia.

In termini di costi, la stima del risparmio economico relativo all’ora legale per il 2010 è pari a 90 milioni di euro.

Il minor consumo di energia si apprezza anche nella riduzione di CO2 non immessa nell’atmosfera per un valore stimato di oltre 300 mila tonnellate.

Dal 2004 al 2009 l’Italia ha risparmiato complessivamente oltre 3,7 miliardi di kilowattora, corrispondenti a circa 500 milioni di euro di minor costo ed è stata evitata l’immissione in atmosfera di 2,1 milioni di tonnellate di anidride carbonica.

Come a dire che a volte basta davvero poco per fare (bene all’) ambiente.

Alessandro Fumagalli

Il Pianeta ringrazia i vegetariani: per combattere il surriscaldamento globale bisogna ridurre i consumi di carne

Non passa giorno che in televisione o sui giornali non si parli degli effetti negativi del cambiamento climatico in atto. Giorno dopo giorno i media prospettano scenari sempre più cupi e problemi sempre più complessi. Spesso però, nell’affrontare questo discorso, si tende a trascurare un aspetto molto importante: i nostri consumi alimentari. In Italia, il peso in CO2 equivalente della produzione di alimenti è pari al 19% delle emissioni totali di gas serra su scala nazionale, vale a dire 104 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. All’interno dei questo macro settore, la produzione di carne  risulta essere l’attività che provoca il maggior depauperamento delle risorse ambientali. La FAO, nel dossier “Livestock’s long shadow” (2006), stima intorno al 18% le emissioni globali di gas climalteranti causate dal settore zootecnico; percentuale  che supera addirittura il 13,4%  relativo al settore dei trasporti!

Perché produrre carne inquina così tanto? Per capire meglio quanto sia profondo l’impatto  di questo settore bisogna considerare l’intero ciclo di vita del prodotto, “dalla fabbrica alla forchetta”, includendo anche i costi derivanti dalla gestione degli scarti. Secondo il Professor Rajendra K. Pachauri, direttore dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), la produzione di un solo Kg di carne ha dei costi ambientali elevati, sia in termini di emissioni di gas serra che di consumi idrici, energetici e di suolo: si emettono ben 36,4 Kg di anidride carbonica e si rilasciano nell’ambiente sostanze fertilizzanti pari a 340 grammi di anidride solforosa e 59 grammi di fosfati. In pratica, produrre un chilo di carne ha lo stesso impatto ambientale di un’automobile che percorre 250 chilometri!

Oltre all’inquinamento atmosferico, la produzione di carne concorre al consumo sfrenato di suolo: oggi, più della metà delle superfici fertili del globo è destinata alla coltivazione di cereali, semi oleosi e altre colture che servono a supportare la zootecnica industriale. L’allarme è dovuto al fatto che la pressione sulla risorsa suolo cresce al crescere della domanda di carne, la quale aumenta con l’innalzamento del tenore di vita nei paesi in via di sviluppo. Così, per soddisfare un mercato sempre più esigente, ogni anno, si distruggono migliaia di ettari di foresta pluviale per far spazio a nuovi pascoli o a nuovi terreni da coltivare a foraggio. In soli dieci anni (dal 1990 al 2000) l’Amazzonia Brasiliana ha perso un’area di foresta pari a due volte il Portogallo: la stragrande maggioranza di quest’area è diventata pascolo per bovini, per il consumo interno e per l’esportazione in Europa, Giappone, USA. Il tasso annuo di deforestazione ha continuato ad aumentare negli anni successivi, fino ad arrivare al 40% nel 2002. Il problema è che, con lo sfruttamento intensivo, si viene ad innescare un circolo vizioso che degrada l’ambiente sempre di più: in pratica, dopo pochi anni, le aree disboscate vanno incontro a un processo irreversibile di desertificazione che rende necessario abbattere una nuova porzione di foresta.

Dobbiamo considerare poi gli ingenti consumi idrici. Il bestiame utilizza in modo diretto solo l’1,3% dell’acqua usata in totale in agricoltura; tuttavia, se si prende in considerazione anche l’acqua richiesta per la coltivazione dei cereali e del foraggio per uso animale, la quantità d’acqua richiesta è di molto superiore. La FAO ha stimato che per produrre un solo chilo di carne servono all’incirca 15/20 mila litri d’acqua! Un consumo elevatissimo per un’attività che, oltre che prosciugarle, inquina le le falde acquifere attraverso lo scarico delle deiezioni, non vi sembra?

A fronte di questi risultati allarmanti, sono sempre di più i ricercatori che sostengono che per agire in maniera incisiva contro il surriscaldamento globale è necessario diminuire il consumo di carne.  Secondo Robert Goodland e Jeff Anhang, questa misura avrebbe effetti molto più rapidi sulle emissioni di GHG e sull’effetto serra di qualsiasi altra iniziativa promossa per rimpiazzare i combustibili fossili con energia rinnovabile! La campagna è già stata lanciata da Sir Paul McCartney e Rajendra K. Pachauri che, l’autunno scorso, hanno presentato al Parlamento Europeo un’innovativa proposta per salvare il mondo dagli effetti del global warming: “rinunciare a mangiare carne”. Farebbe bene a noi stessi e al clima: è infatti risaputo che una dieta vegetariana ben bilanciata presenta indubbi vantaggi per la salute. Allora, perché non provare almeno a mangiarne di meno? Oltretutto, sappiamo benissimo che l’attuale consumo di proteine animali è di molto superiore al massimo consigliato dall’Istituto Mondiale per gli studi sul Cancro, che consiglia, di non consumare più di 80 grammi al giorno di carne rossa, il che significa 30 kg l’anno al massimo.

Autore: Sara Colombo

Dall’aereo sostenibile all’associazione “Co2 is green”:i Greenwashing Awards

Il greenwashing è una delle nuove frontiere dell’inganno pubblicitario: fare credere a qualcuno di stare acquistando qualcosa di ecologico quando invece alla fine si fa tutt’altro. Oppure in alternativa inquinare tantissimo in un contesto e poi cercare di riparare a posteriori al solo scopo di tutelare la propria immagine, per esempio dando la sponsorizzazione a qualche evento a carattere ambientale.

Una multinazionale con un grosso ex-cementificio della Brianza, localizzato a Merone, che incenerisce senza controlli avvelenando l’aria da anni nonostante le proteste e le denunce, sponsorizza per esempio una importante Fondazione italiana per la tutela ambientale. Oppure una delle più importanti case produttrici di banane (presente il bollino blu con la signorina con la frutta in testa?) sfrutta e distrugge migliaia di ettari di territorio e i suoi lavoratori, e poi finanzia una piccola cooperativa di dieci persone e si dichiara paladina dello sviluppo sostenibile.

Uno strumento spesso usato è quello del marchio ambientale. Il problema è che le certificazioni che possiamo considerare attendibili sono quelle di parte terza, ovvero fatte da enti esterni e che possiamo trovare su varie differenti aziende. Tanti altri marchi invece sono autoprodotti e sono controllati da chi li fa e gli utilizza, quindi è come se non ci fossero.

Comunque sia, tornando al green washing, l’associazione consumatori europea “Consumer International” ha rilasciato cinque premi come “migliori” spot  di greenwashing e una menzione speciale.

I premi sono andati ad Audi per aver equiparato la propria automobile a diesel all’andare in bicicletta. Teoricamente il diesel doveva essere una soluzione ecologica. La BP, multinazionale del petrolio, ha fatto una pubblicità in cui mostra il suo impegno nella produzione da fonti di energie rinnovabili, ma continua in maniera prevalente a utilizzare combustibili fossili. Easy Jet ha invece dichiarato nel suo spot che andare con uno dei loro aerei equivale ad andare in giro con un’auto ibrida (più o meno un singolo aereo inquina come ventimila auto, però). Un premio anche a Microsoft che invita i consumatori ad acquitare nuovi Pc solo per passare a Windows2008.

Però la menzione speciale è stata il top, un grande complimenti per l’inventiva e la faccia tosta della (ridotta fortunatamente) rete di imprese statunitense Co2 Green. Questa cricca sta facendo campagne per stimolare le persone a produrre maggiori emissioni di anidride carbonica perchè, secondo non si capisce bene quali fondamenta scientifiche, sostengono che l’aumento del gas serra più importante di tutti in realtà porterà a miglioramenti ambientali. L’associazione è capitanata dal simpatico e inquietante vecchietto Leighton Steward, nel suo splendore sul sito www.co2isgreen.org , mentre altre entusiasmanti news ci dicono che senza Co2 non c’è vita sul pianeta, quindi consumate, consumate, consumate sempre secondo il sito www.plantsneedsco2.org

Vi segnalo infine il sito web www.greenwashingindex.com che raccoglie un gran numero di pubblicità a sfondo “green” con un apposito termometro che ci dice se queste sono attendibili o meno.

Autore: Samuele Falcone

SIGG, la borraccia eco-logica

Da quasi quarant’anni, sulla Terra, si litiga per il petrolio (ma c’è chi dice che anche la Prima Guerra Mondiale sia nata da questo appetito, nella fattispecie tedesco); nei prossimi quaranta, sicuramente, accadrà che alcuni soggetti dovranno mettersi d’accordo – speriamo pacificamente – per l’accesso alle riserve d’acqua ed il loro consumo. Già, perché se un automobile utilizza tra 1 e 3 litri di carburante al giorno c’è un altro motore ben più efficiente che però per funzionare ha bisogno almeno di due litri d’acqua: il nostro organismo.

Acqua e petrolio sono due elementi che hanno un legame ancor più forte rispetto a quello già esplicitato qui sopra: l’uno (il secondo), infatti, inconsapevolmente contiene il primo. Succede con le bottiglie di plastica, materiale rivoluzionario che ha (anche) nel petrolio una delle sue materie costituenti. Non proprio un’immagine di salubrità..

Proviamo a spiegarci con un’equazione:

Due litri d’acqua =1 bottiglia di plastica (o, più comunemente, 1,3 bottiglie). 1 bottiglia di plastica = 1.000 anni di lavoro a carico della Natura per degradarla completamente, trasformandola in molecole semplici che possono essere reintrodotte nel ciclo della vita. Non proprio un destino geniale, per nessuno. Per giunta, poi, a chi obietta che esiste la raccolta differenziata e quindi la plastica già utilizzata può essere riciclata senza sprechi (benché per riciclare occorra energia, quindi – di nuovo – petrolio), noi possiamo controbattere dicendo che le bottiglie PET e policarbonato trasmettono sostanze tossiche alle bevande. Cioè a dire che noi affidiamo l’unico elemento veramente fondamentale per la nostra sopravvivenza, ossia l’acqua, ad un contenitore che ci avvelena di giorno in giorno.

Altri numeri: in Europa si consumano giornalmente 30milioni di bottiglie di plastica. Piuttosto che riciclare, opzione comunque preferibile rispetto alla via della discarica nuda e cruda, sarebbe quindi il caso di provare a riutilizzare. Da 102 anni, forse inconsapevolmente, SIGG produce uno strumento rispettoso dell’ambiente: la sua famosa borraccia ecologica. Anzi: eco-logica.

Già, perché è logico, oltre che ecologico, cercare di risparmiare sul costo del contenitore (la bottiglia di plastica, seppur poco, si paga anch’essa quando si acquista l’acqua al supermercato) e nel contempo pensare alla propria salute, ancor prima che a quella di un Pianeta che comunque ringrazierà per l’aiuto.

La borraccia SIGG, inoltre, è igienica perché resiste alle crepature, sopporta gli acidi della frutta (dunque è ideale per portarsi appresso eventuali spremute) l’acido carbonico e pure le bevande energetiche, coacervo delle peggio cose chimiche presenti al banco delle bibite. Inoltre, essendo completamente fatta di alluminio, la borraccia SIGG non altera il gusto del liquido che trasporta, ed in questo è aiutata anche dal tappo ermetico che mantiene le caratteristiche dei liquidi assolutamente integre.

Perché scegliere una borraccia SIGG al posto delle più comuni bottiglie di plastica? Se non vi fossero bastati i motivi sopra elencati, pensate al design: ne esistono decine di varietà, ognuna con una propria caratteristica ma tutte adatte a soddisfare il gusto di ognuno.

Alessandro Fumagalli