Meno spazio nello spazio: nuovi satelliti e vecchi rifiuti spaziali.

Il lancio dei primi due dei trenta satelliti operativi previsti dal sistema di geoposizionamento europeo “Galileo”, avvenuto il 21 ottobre scorso, ha segnato un momento importante nella storia dell’Agenzia Spaziale Europea così come nell’evoluzione degli ormai onnipresenti navigatori satellitari.

Galileo si presenta come la futura alternativa al Global Positioning System controllato dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti; con la sua entrata in servizio prevista per il 2014 sarà il primo sistema di posizionamento nato esclusivamente per scopi civili e non militari; oltre al NAVSTAR GPS americano esiste infatti anche il sistema GLONASS russo, nato come il primo durante la guerra fredda e che verrà forse in futuro integrato in Galileo.

Le novità introdotte dal sistema Galileo consistono principalmente in una maggiore precisione e affidabilità dei dati, i quali saranno di qualità maggiore non solo per le zone urbane ma anche per le regioni ad alte latitudini, permettendo quindi di approfondire ad esempio gli studi sugli effetti dei cambiamenti climatici nelle regioni polari del pianeta. Il segnale trasmesso dai satelliti potrà essere inoltre autenticato e controllato grazie ad un messaggio di integrità, caratteristica che incrementa le possibili apllicazioni dei GPS nel campo della sicurezza e della tracciabilità.

Il programma Galileo contribuirà tuttavia anche a congestionare ulteriormente il traffico spaziale, costituito da più di 6000 satelliti, lanciati in orbita da quando nel 1957 lo Sputnik attraversò per la prima volta l’atmosfera terrestre. Di questi, circa 800 sono tuttora funzionanti e offrono un servizio fondamentale per la vita sulla terra, essendo utilizzati in numerosi campi: dalla meteorologia  e dallo studio dei cambiamenti climatici alle telecomunicazioni, dalla navigaizione al supporto di ricerche scientifiche. Oltre alle strutture intatte, operative e non, il resto degli oggetti che popolano la nostra orbita é costituito da circa 12000 rifiuti, oggetti inutilizzati, componenti espulsi, residui di collisioni ed esplosioni. Questi sono tuttavia soltanto quelli di dimensioni abbastanza grandi da poter essere tracciati e mantenuti sotto controllo dalla US Space Surveillance Network. 

Oltre che etico, il problema legato alla presenza di questi rifiuti fluttuanti ad una velocita’ di 52000 km/h nello spazio é costituito soprattutto dalle possibili, pericolose e costose, collisioni con altri satelliti, navicelle o stazioni spaziali operative orbitanti. Nonostante siano in corso alcune ricerche per trovare una metodologia per “pulire” lo spazio, ad oggi gli sforzi delle agenzie spaziali internazionali sono principalmente volti ad evitare di produrre nuovi detriti spaziali, a ridurre gli sprechi, a distruggere i rifiuti facendoli bruciare nell’atmosfera oppure atterrare in zone deserte, o negli oceani, oppure addiritura a “spostarli” su orbite più sicure e non utilizzate. Queste soluzioni non sembrano risolvere il problema a lungo termine anzi, in alcuni casi il problema, e il rifiuto stesso, viene semplicemente spostato, sulla terra o su di un’altra orbita.

Quand’e’ che ci si accorgerà che lo spazio, almeno quello a nostra disposizione, non e’ infinito?

Autore: Margherita Cisani

Parchi Regionali a rischio in Lombardia?

Lo scorso 3 Febbraio il Consiglio Regionale della Lombardia ha presentato il Progetto di Legge n.76 per la nuova organizzazione degli enti gestori delle Aree Regionali Protette. Secondo il testo della proposta sono due i campi di intervento del progetto di legge: il primo è quello relativo alla governance, il secondo riguarda l’efficienza gestionale, la riduzione della spesa e la semplificazione.

La principale modifica riguarda la trasformazione degli attuali enti gestori in enti pubblici costituiti con la partecipazione, anche in termini di economici, degli enti locali territorialmente interessati (comuni, comunità montane e province) e di quelli che vi aderiranno volontariamente. E’ prevista poi l’istituzione della Comunità del Parco, composta da un rappresentante per ciascuno degli enti aderenti nella persona dei sindaci e dei presidenti delle Province e delle Comunità Montane. Gli enti saranno retti da un consiglio di gestione composto da tre o cinque membri, compreso il presidente, tutti eletti dalla Comunità del Parco e di cui uno su designazione della Giunta Regionale. Il direttore, con incarico conferito dal presidente, sarà scelto da un apposito elenco regionale in cui verranno iscritti coloro i quali presentano precisi requisiti di competenza e professionalità. Vi sarà infine un unico revisore dei conti, nominato dalla Comunità del Parco su designazione del Consiglio regionale. Per quanto riguarda l’esigenza di migliorare l’efficacia della gestione e la razionalizzazione della spesa la proposta prevede l’esercizio in forma associata o convenzionata da parte di più parchi di alcune funzioni amministrative, quali le attività di carattere gestionale, tecniche, di comunicazione e legali. Sono inoltre previste alcune modifiche destinate alla semplificazione delle procedure per l’individuazione dei parchi naturali, per le rettifiche ai confini degli stessi e per l’approvazione del piano del parco naturale.

Secondo l’Assessore regionale ai Sistemi verdi e Paesaggio, Alessandro Colucci, “la riforma  introduce elementi importanti d’innovazione e di rilancio per le aree protette lombarde. Il tutto all’interno di una cornice che conferma il ruolo centrale degli enti locali territoriali e la piena autonomia gestionale degli enti parco.”. Tuttavia le associazioni ambientaliste e alcuni rappresentati dei parchi regionali non sono dello stesso avviso. Italia Nostra, il FAI, Legambiente, Lipu e WWF in occasione della conferenza “Più parchi, più natura, più società”, svoltasi giovedì 26 febbraio a Milano, dichiarano che “il rischio è impallare il sistema dei parchi lombardi per i prossimi anni, proprio ora che in vista dell’Expo il contenimento del consumo dei suoli e lo sviluppo sostenibile diventano temi importanti che coinvolgono direttamente le aree protette. Perché non mantenere ciò che di buono è stato prodotto e proseguire nella costituzione migliorativa di una legge regionale sui parchi?”. Il WWF ha inoltre presentato ieri alla VIII Commissione regionale Agricoltura, Parchi e Risorse Idriche le osservazioni al progetto di legge, definendolo migliorabile soprattutto per quanto riguarda l’assenza di riferimenti alla tutela della biodiversità e per la rischiosa apertura verso l’approvazione, in deroga alle norme vigenti, di opere pubbliche non altrimenti localizzabili. Se questo progetto di legge verrà approvato, esso interverrà sul 30% del territorio, poiché a tale percentuale ammonta la superficie sottoposta a vincoli di tutela in Lombardia. È quindi il caso di porre attenzione sulle modifiche che la Regione ha intenzione di apportare, non solo per l’estensione delle aree coinvolte, ma anche perché spesso la normativa lombarda ha anticipato quella nazionale, soprattutto in materia di tutela dell’ambiente, come nel caso della L.R. 86/83, la legge quadro sulle aree protette che verrebbe modificata, e come testimoniato dal testo del recente decreto “Milleproroghe” per il quale “si prevede l’esclusione dei consorzi di funzioni costituiti per la gestione degli enti parco istituiti con legge regionale dall’applicazione della disposizione della legge finanziaria 2010 che prevede la soppressione dei consorzi di funzioni tra gli enti locali.

L’esclusione ha effetto fino alla data di entrata in vigore di ciascuna legge regionale di riordino e comunque non oltre il 31 dicembre 2011.” Anche Federparchi esprime forte preoccupazione poiché di fatto i consorzi di gestione dei parchi erano stati inseriti, prima degli ultimi emendamenti al decreto, tra i consorzi da sciogliere entro l’anno e restano attualmente a rischio in Lombardia, così come sembra a rischio il principio di sussidiarietà che ispirava la L.R. 86/83.

2010: Obiettivo biodiversità mancato. Adesso, no ai passi indietro

Si avvicina sempre più il momento conclusivo dell’anno che l’Organizzazione Mondiale delle Nazioni Unite ha voluto dedicare alla biodiversità. Dal 18 al 29 ottobre, infatti, avrà luogo a Nagoya (Giappone) la 10° Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica: momento conclusivo del calendario di appuntamenti del Biodiversity Year, in cui i 193 Stati firmatari saranno chiamati ad adottare un Piano strategico per ridurre significativamente la perdita di biodiversità entro 2020. A fronte di questo obbiettivo tanto impegnativo quanto importante, desta non poche perplessità la scelta del Governo italiano di tagliare del 50% i finanziamenti ordinari -per altro già ritenuti troppo esigui negli anni passati- destinati ai Parchi Nazionali, alle riserve naturali e alle aree marine protette. Un provvedimento davvero scriteriato che, innanzitutto, si pone in netto contrasto con il ruolo che la bozza di Strategia Nazionale per la Biodiversità assegna alle aree protette: come potranno queste divenire preziosi scrigni di biodiversità se in futuro non si avranno le risorse economiche da destinare al personale, alle sedi, alla sorveglianza, alla ricerca, al ripristino degli habitat compromessi, alla promozione del turismo, all’educazione ambientale e a tutti gli altri servizi necessari per favorire una conservazione attiva della natura?

Oltretutto non è solo l’ipotesi che il nostro Paese venga meno agli impegni presi in sede internazionale ad essere preoccupante; quello che è ancor più inaccettabile è il rischio -purtroppo concreto- di perdere irrimediabilmente una parte consistente dei nostri territori vincolati. Pericolo assolutamente reale. Federparchi infatti per i prossimi anni ha previsto che la metà dei suoi federati chiuderà i battenti. Il resto, probabilmente, riuscirà a fatica a garantire il presidio a tutela dell’area in gestione, ma non avrà fondi da destinare in attività di ricerca, promozione e divulgazione.

Di fronte alle cupissime ripercussioni del provvedimento, non sono mancati certo scioperi, proteste e appelli di ripensamento, tra cui spicca quello del ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo. Ad oggi, però, nulla è cambiato.

I parchi sono irriproducibili oasi naturali e riserve di biodiversità; estese porzioni di territorio che consentono di salvaguardare interi ecosistemi terrestri, marini e fluviali; ossia la rete totale di elementi, connessioni e funzioni in cui si articola la vita -quella umana compresa- e che è il risultato di miliardi di anni di evoluzione.

I parchi sono ricchezza. Sono zone di grande valenza ecosistemica e paesaggistica che offrono ampie possibilità di sviluppo. Anche considerando solamente il profilo economico, si rischia di perdere molto più di quanto si risparmia e i dati lo confermano: negli ultimi sette anni il turismo nei parchi nazionali è aumentato del 34% contro il 19% del turismo in generale, inoltre il business legato al sistema turistico nei parchi nazionali è il 10% dell’indotto complessivo del turismo. Una perdita che appare davvero troppo ingente, soprattutto se messa in relazione con il falso risparmio che se ne ottiene. Negli anni precedenti i Parchi nazionali hanno complessivamente ricevuto dallo Stato circa 52 milioni di euro l’anno. Il dimezzamento di una cifra già tanto bassa, condanna al declino queste inestimabili oasi naturali che oggi consentono la difesa di 1 milione 437 mila ettari di territorio italiano (circa il 5% del suolo nazionale) dall’espansione incontrollata delle città, dall’inquinamento delle acque, dagli incendi, dallo sfruttamento incontrollato delle risorse e dai danni del bracconaggio. Il rischio di paralisi dell’intero sistema dei parchi, pare ancora più insensato se si considera che, ad oggi, la spesa pubblica per le aree protette coincide con lo 0,0069% del PIL: vale a dire un caffè all’anno per ogni cittadino italiano!

I parchi sono storia. Aree sulle quali si sono stratificati secoli di storia naturale e umana formando quel peculiare intreccio che oggi possiamo definire propriamente paesaggio e nel quale possiamo riconoscere la nostra identità culturale. Un area protetta è quindi testimonianza del passato: traccia di una storia fatta di pratiche, rappresentazioni, conoscenze, saperi, oggetti e manufatti, ma anche delle idee che hanno nutrito le menti di coloro che, negli anni, hanno lottato per ottenere il riconoscimento e la tutela di queste bellezze paesistiche e naturali. Così, il verde scintillante delle faggete, il rosso vivo delle colonie di corallo della Grotta di Nereo, l’ordinato dispiegarsi dei terrazzamenti delle Cinque Terre, il bruno mantello dell’orso Marsicano e le altre splendide forme e colori degli organismi viventi e non d’ogni tipo ne diventano l’emblema. Oltre alla storia dell’uomo, un’area protetta ha impresso nel suo codice genetico la storia del pensiero umano: un secolo di evoluzioni concettuali che hanno nutrito il vivace dibattito internazionale sulla conservazione della natura.

Tagliare i fondi destinati ai parchi è una scelta cieca, vale a dire: sminuire la nostra eredità culturale, danneggiare le nostre economie, le nostre condizioni di vita, la nostra salute e la qualità della nostra vita stessa.

Autore: Sara Colombo

Perché si scrive acqua ma si legge democrazia

L’acqua non deve essere una merce.
L’acqua non deve essere privata.
L’acqua non deve dare profitto.

Basterebbero questi slogan per riassumere i contenuti dei tre quesiti referendari promossi dal Forum Italiano Movimenti per l’Acqua e moltissime altre realtà della società civile e per i quali si raccoglieranno firme in tutto il Paese fino al prossimo 4 luglio. Tuttavia si sta parlando di una risorsa essenziale alla vita, un bene comune (e non semplicemente pubblico), collettivo, scarso. Forse qualche parola in più è giusto spenderla.

Gli obiettivi del comitato promotore sono sostanzialmente due:

  1. Abrogare specifiche norme che consentono e rendono obbligatoria la gestione privata dell’acqua.
  2. Facilitare il percorso verso la discussione di una legge d’iniziativa popolare sulla tutela e la gestione pubblica dell’acqua, depositata in Parlamento fin dal 2007, ma chiusa in un cassetto.

L’urgenza del referendum deriva dal fatto che una norma del d.lgs. “Ronchi” 135/2009 ha accelerato inesorabilmente e senza criteri un processo innescato fin dal 1994 con la Legge “Galli”: la privatizzazione dell’acqua. Badate bene, almeno sulla carta la privatizzazione non riguarda l’acqua in sé, che sarà sempre proprietà dello Stato come bene demaniale; si privatizza piuttosto il servizio idrico integrato, cioè i processi industriali di gestione della potabilizzazione, delle reti fognarie, degli acquedotti e della depurazione. Ma, appunto, si tratta di una distinzione solo formale: l’acqua per arrivare al nostro rubinetto percorre centinaia di metri, a volte anche decine di chilometri, di tubazioni che, se in mano a soggetti privati, capite che è come dire che l’acqua è stata venduta.

Il discorso intorno alla privatizzazione è difficile da sintetizzare in poche righe. Per chi volesse approfondire l’argomento posso consigliare la lettura di L’acqua è una merce del giornalista di Altreconomia Luca Martinelli, oppure la visione della puntata di Presa Diretta - “L’acqua rubata” di Riccardo Iacona.

Alcune considerazioni più generali sono però d’obbligo. Innanzitutto, la gestione dell’acqua non è una novità in molte parti d’Italia (Toscana, Umbria, Lazio) dove troviamo multinazionali (Suez), banche (Monte dei Paschi), imprenditori (Caltagirone); i casi di Arezzo e Aprilia – giusto per fare due esempi – hanno già dimostrato come l’operatore privato ricerchi unicamente e per sua natura la massimizzazione del profitto che però non coincide con un miglioramento del servizio e un abbassamento dei prezzi.

Infatti è un mito da sfatare quello secondo il quale i privati sono gli unici soggetti in grado di portare capitali, investimenti, migliorie del servizio. La realtà è totalmente diversa: ogni investimento effettuato dall’ente gestore – quasi mai di tasca propria, molto spesso rivolgendosi alle banche – è compreso per legge nella tariffa, ce lo ritroviamo nella bolletta. Come se ciò non bastasse, quella medesima tariffa garantisce anche una notevole remunerazione fissa del capitale dell’ente gestore, pari al 7%.

Vale a dire che qualsiasi operatore privato non sborsa niente; sono i cittadini, anzi, i “clienti” a pagare tutto quanto. Ricordiamoci anche che stiamo considerando un mercato sostanzialmente monopolistico, nel quale non si potrà mai parlare di liberalizzazione e non ci sarà mai concorrenza.

Se poi pensiamo che l’acqua potabile è una risorsa naturale scarsa, come si comporterà l’operatore privato per garantirsi guadagni certi? Sarà combattuto tra l’incentivarne il consumo o aumentare le tariffe a chi ne consuma di meno. Non ci sono altre possibilità.

La campagna sull’acqua pubblica sta riscuotendo un successo inaspettato e incredibile: dopo un solo mese di raccolta firme si è superata la quota minima di 500 mila firme. Segno che la democrazia diretta torna a funzionare? Speriamo davvero, soprattutto in vista del vero banco di prova della campagna referendaria fino alla prossima primavera. Naturalmente, chi non avesse ancora firmato cerchi subito il banchetto o l’iniziativa più vicina a casa su acquabenecomune.org.

Autore: Eva Gabaglio

Si dice spesso che se si leggessero più libri il mondo sarebbe migliore. Purtroppo questo non è del tutto vero.

La maggior parte dei libri venduti in Italia, infatti, viene realizzata con carta non certificata, spesso proveniente dai paesi del sud-est asiatico, Indonesia in testa, le cui foreste vengono distrutte a ritmi insostenibili per essere trasformate in piantagioni destinate all’industria cartaria.

La denuncia proviene da Greenpeace che ha presentato dal Salone del Libro di Torino i risultati di “Salvaforeste”, un’indagine effettuata tra le case editrici italiane, alle quali è stata chiesta l’origine della carta con la quale vengono fabbricati i loro libri.

A motivare quest’inchiesta, i dati relativi all’importazione di carta dall’Indonesia, che vedono i flussi verso l’Italia aumentare costantemente, facendo del nostro paese il primo importatore europeo di carta indonesiana, proveniente in gran parte da APP (Asian Pulp and Paper), secondo produttore  mondiale di carta, sotto accusa da anni per la distruzione di migliaia di ettari di foresta vergine, traformata in piantagioni industriali.

Secondo Greenpeace dall’inizio delle proprie attività, negli anni Ottanta, APP avrebbe abbattuto un milione di ettari di foreste nella sola isola di Sumatra, con conseguenze facilmente immaginabili sugli ecosistemi locali e sulla produzione globale di Co2.

Tornando alla coscienza ambientale delle case editrici italiani, si constata con amarezza come solo un quarto degli editori interpellati abbiano dichiarato di stampare i propri libri esclusivamente su carta riciclata o proveniente da foreste certificate Fsc (Bompiani, Dindi, Fandango, Foglio Clandestino, Gaffi, Hacca, Lonely Planet, Prospettiva, Edizioni Ambiente, La Coccinella, Marsilio, Chinaski, Fanucci, Fazi). Si nota subito come le principali case editrici non rientrino tra i più virtuosi. Molte di esse hanno dichiarato di non essere in grado di ripercorrere tutta la filiera produttiva dei propri libri, mentre altre – anche dalla linea editoriale progressista e attenta alla sostenibilità – non hanno nemmeno risposto all’indagine di Greenpeace.

La lista completa dei “cattivi” si può trovare su www.greenpeace.it/deforestazionezero.

Autore: Giacomo Pettenati

Le mode passano, i danni restano e forse aumenteranno! – Consonno tra le vestigia del passato e le previsioni future

Foto: Sara Colombo

In questi giorni, mentre navigavo su internet, mi è capitato di imbattermi ancora una volta nella tortuosa e avvincente vicenda di Consonno. Questo strano e desolante centro disabitato, inerpicato sulle montagne della provincia di Lecco, aveva già catturato la mia attenzione un po di anni fa, quando ho dovuto recarmi sul posto per svolgere una ricerca universitaria. Devo ammettere che questo borgo fantasma si è rivelato un ottimo oggetto di osservazione per la geografa alle prime armi che ero. Oggi vi voglio raccontare brevemente la storia di questo stano luogo, o non-luogo come da tanti è stato apostrofato, per guardare poi alle trasformazioni alle quali andrà incontro nel prossimo futuro.

Partiamo dalla storia. Questo centro abitato sorse quasi certamente durante il Medioevo e rimase un piccolo borgo rurale fino all’8 gennaio 1962 quando il Conte Mario Bagno comprò l’Immobiliare Consonno Brianza, che deteneva la proprietà di tutte le abitazioni del borgo (e ne possiede buona parte ancora oggi), e decise di farne una città dei divertimenti. Per costruire questa Las Vegas della Brianza gli abitanti del luogo vennero espulsi frettolosamente e il suggestivo borgo medioevale completamente demolito. Le ruspe, in poco tempo, piegarono la natura allo stravagante progetto del conte costruendo una vera e propria città dei balocchi fornita di un minareto, una galleria di negozi in stile arabeggiante, cannoni e guerrieri medioevali, sale da gioco, sale da ballo, sfingi egiziane, pagode cinesi, colonne doriche e un Grand Hotel. Tutti stravolgimenti che non tennero minimamente in considerazione la struttura morfologica dell’area alterandone gli equlibri. La nuova città ebbe inizialmente una grande popolarità, attirando numerosi visitatori, ma il periodo del vizio de dello sfarzo non durò a lungo: dopo una quindicina di anni, nell’ottobre 1976, una frana chiuse la strada di accesso a Consonno segnando di fatto la fine dei divertimenti e il declino della località stessa.

Col passare degli anni questo luogo si è trasformato in una strana e degradata città fantasma, all’interno della quale gli scheletri degli edifici fatiscenti costringono a riflettere sullo scempio provocato. Del resto il paesaggio è un severo registratore della storia dell’uomo in un determinato ambiente naturale ed è proprio l’aspetto identitario di Consonno che andrebbe valorizzato in futuro in vista di una riqualificazione complessiva dell’area: in modo tale che questo luogo possa parlare di sé ai posteri e testimoniare la vicenda quanto mai particolare -e per certi versi assurda- di cui è stato protagonista. Concorde con questa visione è l’Associazione Amici di Consonno, nata nel 2007 dall’unione di un gruppo di ex-residenti e figli di vecchi abitanti  con a cuore i futuro dell’antico borgo. Questa però non sembrerebbe essere la direzione in cui andranno gli interventi previsti dal P.G.T. di Olginate recentemente approvato. La riqualificazione di Consonno passerà attraverso un Piano Attuativo che prevede la completa demolizione delle costruzioni abbandonate e rende edificabile gran parte dell’area: sono 5.000 i metri quadrati destinati alla costruzione di nuove residenze, 10.000 quelli da adibire ad altre funzioni e altri 15.000 quelli per strade e parcheggi. Eppure le proposte per una riconversione che rispetti l’identità storica di questo luogo non mancano: c’è l’ipotesi di conservare una parte degli edifici, tra cui il simbolico minareto, dotandola di appositi pannelli esplicativi che riassumano la vicenda di Consonno; conservando dunque parte del luogo come testimonianza da trasmettere alle generazioni future. Un pezzettino di storia che ci dissuada dall’intraprendere scelte del genere in futuro. C’è poi anche il suggerimento di ricostruire il centro partendo dalle antiche mappe catastali per ricreare l’originario tessuto edilizio, ricercando poi in un agricoltura orientata al sostegno di un turismo eco-compatibile un’interessante occasione di reddito aggiuntivo, nonché un modo per contribuire alla salvaguardia del paesaggio circostante.

Ad oggi, comunque, il futuro di questa località rimane poco delineato: le indicazioni contenute nei piani non si sono ancora tradotte in progetti precisi. Unico cantiere aperto, per il momento, è quello per l’asfaltatura della strada che da Olginate sale a Consonno. A quest’opera si aggiungerà quella per la realizzazione di un acquedotto a Dozio, che consentirà di portare l’acqua nella zona in questione. Si tratta di interventi sicuramente indispensabili per la rivitalizzazione della frazione, ma in cui molti  vedono il preoccupante preludio di una possibile speculazione edilizia. In effetti, considerando come tendono ad andare generalmente queste cose, mi sembra una preoccupazione condivisibile. Ad ogni modo, bisogna sperare che il piano per il recupero di Consonno diventi davvero un’occasione per riqualificare in chiave paesaggistica quest’area degradata, valorizzando e conservando dunque l’identità poliedrica che questo centro è venuto assumendo nel corso degli anni, evitando così di sprecare questa irripetibile chance ripercorrendo gli errori del passato. Per approfondimenti sul questo argomento vi invito a visitare il sito http://www.consonno.it/.

Autore: Sara Colombo

Allarme cemento: ogni giorno scompaiono 100 ettari di suolo

In Italia, ogni giorno, scompaiono 100 ettari di suolo sotto il peso del cemento: una superficie equivalente a 12 piazze del Duomo di Milano! E in Lombardia va anche peggio: nel periodo 1999-2004 il territorio urbanizzato è cresciuto al ritmo di 13 ettari/giorno. In pratica, è come se ogni anno si costruisse una città grande come Brescia (5.000 ettari) e sottraesse un prato grande come tutta Pavia! Questi sono i dati allarmanti che emergono dal primo rapporto dell’Osservatorio Nazionale sul Consumo di Suolo, costituito da INU (Istituto Nazionale di Urbanistica), Legambiente e DiAP del Politecnico di Milano. Il lavoro dell’ONCS nasce dalla presa d’atto  della sostanziale mancanza di conoscenze circa tale rilevantissimo fenomeno. Sembrerebbe assurdo, eppure è così: nonostante il costante consumo di suolo sia uno fenomeno tra i più evidenti ed impattanti del nostro Paese, non esistono, ad oggi, dati certi sulle coperture dei suoli, una leggenda unificata che permetta di comparare i dati, né un programma di lavoro per monitorare il consumo in atto dal quale partire per sviluppare misure di contenimento efficaci.

Con una certa difficoltà nel reperire i dati (su 20 Regioni solo 6 hanno avviato un’attività di ricognizione delle trasformazioni del suolo nel tempo e solo 4 di queste sono state prese in considerazione dall’Osservatorio poiché le uniche a possedere banche-dati storicamente valide), lo staff guidato da Paolo Pileri ha redatto il suo primo rapporto, che è stato presentato a Milano il 7 luglio dell’anno scorso. Lo scenario che emerge da questo studio non è dei più confortanti: tra le regioni prese in considerazione, la Lombardia si impone con 288 mila ettari di superficie urbanizzata; in Emilia Romagna dal 1976 al 2003 il territorio urbanizzato è quasi raddoppiato mentre in Friuli sono stati consumati 6500 ettari di terreno agricolo tra il 1980 e il 2000. Più significativi i dati relativi al consumo pro-capite: il Friuli è al primo posto con 581 mq di cemento per abitante, segue l’Emilia Romagna con 456 mq/ab, la Lombardia con 310 mq pro-capite e chiude il Piemonte con 296 mq/ab. A prima vista il terzo posto potrebbe farci sorridere e pensare che non siamo i peggiori, eppure, se guardiamo i dati relativi al nostro capoluogo, c’è da mettersi le mani nei capelli! A Milano, tra il 1999 e il 2007, l’area urbanizzata è cresciuta di 7242 ettari: una superficie grande come la metà della città stessa! Questo processo inarrestabile cancella quotidianamente 25 mila metri quadrati di suolo che equivalgono, tanto per farci un’idea, ad una volta e mezzo piazza Duomo. Si tratta di superfici irrimediabilmente perse, poiché è difficile che suoli coperti di cemento e asfalto tornino ad essere produttivi. Avete mai visto un parcheggio che diventa un parco pubblico? Il contrario invece è molto più probabile.

Sono decenni che i geografi puntano il dito contro l’inarrestabile espansione dei margini di quella che Francesco Erbani, nel suo libro L’Italia Maltrattata, giustamente chiama “marmellata edilizia”. Purtroppo si sta facendo ancora troppo poco per contrastare queste spinte distruttive che sottraggono quotidianamente una risorsa limitata e difficilmente riproducibile e sgretolano progressivamente gli equilibri paesistico-ambientale della nostra penisola. Le iniziative positive però non mancano. Per far fronte a questa situazione Legambiente e INU hanno deciso di fondare il Centro di Ricerca sui Consumi di Suolo (CRCS): un centro di competenza, elaborazione e divulgazione che, in continuità con l’esperienza maturata in seno all’Osservatorio Nazionale sui Consumi di Suolo, persegue l’obiettivo di ridurre il consumo di suolo e agire in sua tutela attraverso attività di analisi e monitoraggio.

Autore: Sara Colombo

Ecopass “Illegittimo”, un problema di buonsenso. Italia: quanta strada per veder nascere una coscienza ambientale..

In uno dei nostri interventi più recenti abbiamo focalizzato la nostra attenzione sull’Eurovignetta Elettronica che l’Olanda, laboratorio continentale di iniziative tra i più vivaci, si appresta ad introdurre nei prossimi mesi per compensare le conseguenze dell’inquinamento da traffico veicolare: dal 2011 l’autostrada non si pagherà più solamente in base alle dimensioni del veicolo e alla distanza percorsa, bensì anche in relazione all’orario di utilizzo e al coefficiente d’inquinamento prodotto dal mezzo.

Un’iniziativa tanto virtuosa quanto lontana dal poter essere applaudita nel pollaio italiano, dal quale nei giorni scorsi è emersa l’ennesima boutade indegna di menzione: la delegittimazione dell’Ecopass milanese.

E’ questo il parere contenuto in una sentenza del Giudice di Pace della settima sezione, tale Mario Piscitello, che stabilisce che le delibere del Comune di Milano istitutive del ticket di ingresso al centro città

Sono illegittime per eccesso di potere per disparità di trattamento

L’assunto di partenza è illuminante: perché a ore del giorno diverse (si paga dal lunedì alle venerdì dalle 7.00 alle 19.30) e a veicoli di classe antinquinamento diversa viene applicato un trattamento diverso, se la ratio del provvedimento è quella di diminuire lo smog? Da qui la soluzione, quantomeno semplificatoria

l’inquinamento – si legge nella sentenza – provocato dai singoli veicoli non è diverso a seconda del giorno o dell’ora in cui avviene la circolazione

Dunque non è giusto che qualcuno paghi di più, un altro meno, altri ancora non paghino affatto.

Non è dato sapere da quale sede lavora il buon Piscitello, il quale probabilmente non ha mai avuto il privilegio di assistere ad un ingorgo mattutino come quelli che sono all’ordine del giorno nel capoluogo lombardo: avrebbe capito che a diverse ore del giorno l’inquinamento cambia eccome.

Non con questo a voler dire che l’Ecopass è la panacea di ogni male: ci sono zone d’ombra, e su queste il giudice è intervenuto, che prestano il fianco a critiche e ricorsi. Ma da qui a contraddire l’intera struttura di un provvedimento atto a dissuadere dall’utilizzo dell’automobile ce ne corre.

Sarebbe bastato il buonsenso: il principio di libera circolazione delle merci nell’Unione europea, per esempio, potrebbe portare all’estremo di navi cargo che pretendono di navigare i torrenti alpini, ma nessuno si è mai chiesto se questo sia possibile. Il principio di far pagare agli automobilisti una quota standard in base ad alcuni parametri di inquinamento del mezzo, parimenti, non deve essere negoziabile. Sta poi alla ragionevolezza delle persone cercare di correggerlo per renderlo il più equo possibile. Non certo per annullarlo.

Dall’aereo sostenibile all’associazione “Co2 is green”:i Greenwashing Awards

Il greenwashing è una delle nuove frontiere dell’inganno pubblicitario: fare credere a qualcuno di stare acquistando qualcosa di ecologico quando invece alla fine si fa tutt’altro. Oppure in alternativa inquinare tantissimo in un contesto e poi cercare di riparare a posteriori al solo scopo di tutelare la propria immagine, per esempio dando la sponsorizzazione a qualche evento a carattere ambientale.

Una multinazionale con un grosso ex-cementificio della Brianza, localizzato a Merone, che incenerisce senza controlli avvelenando l’aria da anni nonostante le proteste e le denunce, sponsorizza per esempio una importante Fondazione italiana per la tutela ambientale. Oppure una delle più importanti case produttrici di banane (presente il bollino blu con la signorina con la frutta in testa?) sfrutta e distrugge migliaia di ettari di territorio e i suoi lavoratori, e poi finanzia una piccola cooperativa di dieci persone e si dichiara paladina dello sviluppo sostenibile.

Uno strumento spesso usato è quello del marchio ambientale. Il problema è che le certificazioni che possiamo considerare attendibili sono quelle di parte terza, ovvero fatte da enti esterni e che possiamo trovare su varie differenti aziende. Tanti altri marchi invece sono autoprodotti e sono controllati da chi li fa e gli utilizza, quindi è come se non ci fossero.

Comunque sia, tornando al green washing, l’associazione consumatori europea “Consumer International” ha rilasciato cinque premi come “migliori” spot  di greenwashing e una menzione speciale.

I premi sono andati ad Audi per aver equiparato la propria automobile a diesel all’andare in bicicletta. Teoricamente il diesel doveva essere una soluzione ecologica. La BP, multinazionale del petrolio, ha fatto una pubblicità in cui mostra il suo impegno nella produzione da fonti di energie rinnovabili, ma continua in maniera prevalente a utilizzare combustibili fossili. Easy Jet ha invece dichiarato nel suo spot che andare con uno dei loro aerei equivale ad andare in giro con un’auto ibrida (più o meno un singolo aereo inquina come ventimila auto, però). Un premio anche a Microsoft che invita i consumatori ad acquitare nuovi Pc solo per passare a Windows2008.

Però la menzione speciale è stata il top, un grande complimenti per l’inventiva e la faccia tosta della (ridotta fortunatamente) rete di imprese statunitense Co2 Green. Questa cricca sta facendo campagne per stimolare le persone a produrre maggiori emissioni di anidride carbonica perchè, secondo non si capisce bene quali fondamenta scientifiche, sostengono che l’aumento del gas serra più importante di tutti in realtà porterà a miglioramenti ambientali. L’associazione è capitanata dal simpatico e inquietante vecchietto Leighton Steward, nel suo splendore sul sito www.co2isgreen.org , mentre altre entusiasmanti news ci dicono che senza Co2 non c’è vita sul pianeta, quindi consumate, consumate, consumate sempre secondo il sito www.plantsneedsco2.org

Vi segnalo infine il sito web www.greenwashingindex.com che raccoglie un gran numero di pubblicità a sfondo “green” con un apposito termometro che ci dice se queste sono attendibili o meno.

Autore: Samuele Falcone

Il nucleare in Italia, qualche informazione

Sono tante le persone che si impegnano infatti ogni giorno e io ne ho conosciute parecchie. Purtroppo però spesso ci si scontra con disinformazione e falsi ideologismi che mettono in disarmante pericolo tanto del lavoro fatto finora. Per questo motivo vi chiedo di fare un po’ di passarola di quanto leggo, con un certo disappunto, sul libro di Milena Gabbanelli intitolato “Ecofollie. Per uno sviluppo (in)sostenibile”. In particolare vi vorrei parlare di un’inchiesta di Sigfrido Ranucci sul nucleare in Italia. Mi sembra doveroso perchè purtroppo alcune cose non sono mai documentate e il livello del dibattito a volte si abbassa tantissimo.

Leggendo quest’inchiesta ho visto un po’ di cose che tutti, secondo me, dovrebbero sapere. Per esempio, spegnere le centrali atomiche ci è costato per ora 20.000 miliardi di Lire, mentre i rifiuti tossici sono tutti lì (28000 metri cubi di rifiuti radioattivi, 150000 altri che deriveranno dagli smantellamenti mai avvenuti di alcune centrali, a cui aggiungiamo 1600 metri cubi annui di rifiuti radioattivi ospedalieri e industriali).

E dove sono queste centrali? Vediamo un po’ la geografia del radioattivo in Italia. La centrale di Caorso attualmente è spenta e ci costa 300 milioni di lire al giorno per personale che guarda il materiale radioattivo mai messo in sicurezza. A Trino Vercellese la popolazione si aspettava sviluppo negli anni sessanta, attualmente è diminuita del 30% e i rifiuti radioattivi sono lì, davanti al Po. Sempre nel vercellese abbiamo le centrali di Saluggio e Avogardo, messe in pericolo da tre alluvioni che ne hanno allagato i locali, facendo sfiorare il mega disastro nel 2000. In provincia di Caserta ci sono 3000 metri cubi di rifiuti nucleari imbustati nella plastica, perchè non sanno dove metterli. In provincia di Matera poi abbiamo delle barre radioattive in delle vasche da qualche decennio: interessavano agli americani, gliele abbiamo fatte, poi non servivano più perchè anti-economiche e ora sono incompatibili con qualsiasi centrale esistente al mondo. Non siamo riusciti mai a trovare un modo e un luogo adatto per smaltire le nostre scorie e andiamo avanti a spendere 1277 lire per ogni kilowattora prodotto per pagare questo disastro economico e ambientale.

Tutte le Regioni sembrano rifiutare la localizzazione delle dieci nuove centrali annunciate. Le quali probabilmente non si faranno mai, anche se la società incaricata per lo smaltimento e smantellamento mai avvenuti a quanto pare negli anni ha “speso più di 673,4 milioni di euro per smontare le parti convenzionali degli impianti. Ha assunto figli, parenti, amici e amanti di politici e di membri del consigio di amministrazione” e poi ha pagato consulenze allo studio Previti e all’ex studio di Tremonti. Ha sponsorizzato perfino la fiera del libro antico organizzata da Marcello dell’Utri. Infine ha pagato smantellamenti di sommergibili…russi.

Ora io dico, a fronte di tutto questo, non potremmo dedicarci a progetti italiani di maggiore successo, visto che abbiamo ancora enormi costi solo per smantellare rifiuti radioattivi vecchi di decenni? Per esempio un comune di 11000 abitanti (Castellarano, in provincia di Reggio Emilia), ha creato un Gruppo d’acquisto per acquistare pannelli solari a minore prezzo: 500 pannelli solari, uno ogni 22 abitanti. Puliti, senza rischi, economici. Vediamo un po’ se tuffarci in questo tipo di cose, o tornare indietro al nucleare. A voi il giudizio. E ai posteri l’ardua sentenza (che non ce ne vogliano).

Autore: Samuele Falcone