Lavarsi i denti con lo yogurt

Quante volte il dentista ci ha consigliato di sostituire lo spazzolino da denti almeno ogni tre mesi? Tante. Ogni tre mesi quindi, se siamo bravi pazienti, il nostro caro spazzolino finisce inevitabilmente nella spazzatura.  Inevitabilmente? Non é  detto.  Dal 1997 la Preserve, un’azienda americana, ha messo in commercio uno spazzolino pensato in maniera sostenibile dalla produzione al suo riciclo.

La produzione dello spazzolino, così come di altri oggetti per l’igiene personale o utensili per la cucina, avviene attraverso il riciclo di polipropilene (PP) che proviene principalmente da vasetti di yogurt usati. Il processo comincia con la macinatura della plastica in fiocchi che vengono poi fusi  e tagliati in pellets lisci; questi pellets vengono poi utilizzati per dare forma ai vari prodotti. Durante l’elaborazione, ogni partita di plastica viene analizzata e controllata in modo da garantire il rispetto degli standard fissati dalla Environmental Protection Agency.

 La produzione di utensili in prolipropilene riciclato richiede in questo modo circa il 54% in meno di acqua, il 75% in meno di petrolio, il 48% in meno di carbone, Il 77% in meno di gas naturali, il 46% in meno di elettricità e produce il 64% in meno di gas serra (in CO2 equivalente) rispetto al polipropilene vergine. Grazie all’utilizzo di un processo chiamato Life Cycle Assessment la Preserve misura l’impatto dei suoi prodotti tenendo in considerazione l’intero “ciclo di vita”, dal trasporto dei materiali di produzione fino a cosa accade al prodotto quando si trasforma in rifiuto.

Alla fine del famoso terzo mese di utilizzo lo spazzolino della Preserve non viene gettato nell’indifferenziata e nemmeno nel bidone della plastica. Il packaging del prodotto é costituito infatti da una semplice busta preaffrancata nella quale é possibile reinserire lo spazzolino usato e letteralmente “rispedirlo al mittente” senza alcun costo aggiuntivo.  Ovviamente bisogna tenere conto dei consumi generati dalla spedizione, i quali variano a seconda della distanza e incidono negativamente sul conteggio delle emissioni prodotte all’interno del ciclo.

Lavarsi i denti é un piccolo gesto quotidiano fondamentale per la salute personale, é bello pensare che possa diventare anche un piccolo gesto utile per la salute dell’ambiente.

http://www.preserveproducts.com/

Autore: Margherita Cisani

Il filo verde del Commercio Equo&Solidale

Quello tra commercio equo e rispetto dell’ambiente è un legame di vecchia data: infatti fin dai suoi esordi (anni ’60) il CES si è posto come obbiettivo non solo lo sviluppo di un modello di produzione e scambio di merci più giusto tra Nord e Sud del mondo, ma anche la promozione di un sistema sostenibile dal punto di vista ambientale. Questo perché l’elaborazione di una corretta gestione ambientale del processo produttivo ha sempre rappresentato il presupposto fondamentale per produrre benefici economici e sociali per le popolazioni dei Paesi del Sud del mondo. Da un primo sguardo dunque sembrerebbero movimenti con obbiettivi assolutamente compatibili, in realtà non sono mancate difficoltà nella concretizzazione di una salda politica verde. Precisamente il rischio che si corre lavorando in Paesi in cui la riduzione della povertà è una vera e propria emergenza è quello di preferire strategie in grado di apportare benefici immediati, piuttosto che elaborare ed attuare azioni finalizzate al miglioramento ambientale, economico, sociale ed istituzionale nel medio-lungo periodo. Ciononostante oggi, il movimento delle organizzazioni di Fair Trade propone un’attenzione ambientale che coinvolge l’intero ciclo di vita dei prodotti: dalla fase di produzione a tutti i livelli di commercializzazione dei prodotti (con diverse modalità e intensità).

È interessante guardare nello specifico in cosa consiste questo impegno nella green economy. A livello internazionale, IFAT (International Fair Trade Association) ha definito precisi standard (10 criteri) che le organizzazioni aderenti a questo network devono rispettare. Il nono punto di questo elenco riguarda la tutela ambientale; incoraggia l’uso di materie prime derivanti da fonti gestite in modo sostenibile, l’utilizzo di materiali biodegradabili per gli imballaggi, promozione di tecnologie che rispettino il territorio e sostegno ad azioni di sensibilizzazione circa i rischi ambientali [ 1 ] . Il rispetto di questo standard è verificato nelle diverse fasi da un sistema di monitoraggio che opera su tre diversi livelli: attraverso la compilazione da parte degli associati dei cosiddetti moduli di Self-Assessment (autodichiarazione), passando po i per il Peer Reviewing (verifica tra pari) e infine tramite l’External Verification (verifica esterna). Gli standard sono poi declinati in modo specifico per cinque differenti aree tematiche ( Asia, Africa, America Latina, Nord America e Pacifico) in modo tale che ogni organizzazione di produttori, di esportatori, di importatori o di distribuzione e vendita di prodotti di commercio equo sia impegnata su punti specifici in base al contesto in cui opera.

A queste linee guida generali dettate da IFAT se ne affiancano delle altre il cui rispetto è garantito dalla FLO – Fair Trade Labelling Organization, ossia l’ente internazionale di certificazione dei prodotti di commercio equo e solidale che permette a più di 800.000 produttori e lavoratori di più di 45 paesi in via di sviluppo di trarre beneficio dai prodotti marchiati. Nel sistema FLO, accanto a criteri relativi allo sviluppo economico e sociale, sono stati sviluppati indicatori specifici per la tutela ambientale. Nel dettaglio, gli standard ambientali sono articolati in standard minimi, che definiscono una soglia di entrata, e standard “di miglioramento” che, valutando tipologia e dimensioni della realtà produttrice, sono raggruppati i nei nuclei relativi al sistema di gestione e ad alcune tematiche precise, tra cui:

1.Valutazione dell’impatto, pianificazione e monitoraggio
Si richiede, con modalita appropriate alla tipologia e alle dimensioni dell’organizzazione/aziendaproduttrice, una valutazione dell’impatto ambientale delle attivita svolte e un piano di azioni correttive e di verifica degli effetti.

2. Utilizzo di prodotti agrochimici

Si richiede la riduzione continua dei prodotti chimici usati direttamente o indirettamente nella produzione agricola e nella manutenzione degli impianti di lavorazione e la loro sostituzione con metodi di produzione biologica.

3. Gestione dei rifiuti
Si richiede che le organizzazioni riducano, riutilizzino, riciclino e suddividano i residui organici in modo appropriato.

4. Suolo ed acqua
Si richiede il mantenimento e il miglioramento della fertilita della composizione del terreno, la conservazione e non contaminazione delle risorse idriche.

5. Fuoco
Si richiede che venga impedito l’uso del fuoco come sistema di pulizia dei campi.

6. Organismi Geneticamente Modificati (OGM)
Si richiede di non utilizzare OGM nella produzione e nella lavorazione dei prodotti.

Infine, FLO pubblica una lista di materiali il cui utilizzo e proibito. Questa lista contiene 128 elementi tra cui pesticidi, insetticidi, diserbanti, fungicidi, conservanti, ecc., che non possono essere utilizzati dai produttori che coltivano prodotti certificati FLO. Questo divieto si applica a tutte le attività in cui e coinvolto il produttore: coltivazione/produzione,trattamento post-raccolto, lavorazione, immagazzinamento, trasporto, ecc.

[ 1 ] Art.9 “L’organizzazione ottimizza l’uso delle materie prime derivanti da fonti gestite in modo sostenibile, acquistandole, ove possibile, a livello locale. Compratori ed importatori prediligono l’acquisto di prodotti realizzati con materie prime derivanti da fonti gestite in modo sostenibile, se disponibili, e incoraggiano i rispettivi fornitori a ricorrere a tali materie prime. Per il confezionamento vengono utilizzati materiali riciclati o facilmente biodegradabili e, se possibile, le merci vengono spedite via mare. L’organizzazione promuove l’uso di tecnologie che rispettino l’ambiente, sostiene le iniziative volte a ridurre il consumo energetico e sensibilizza l’opinione pubblica sui rischi ambientali”

Autore: Sara Colombo

Dalla culla alla tomba, ma senza fretta: Last Minute Market

“Così semplice da sembrare banale, la scoperta dell’acqua, ovvero recuperare quello che è ancora utile e darlo a chi ne ha bisogno”. Così introduce il suo progetto Andrea Segrè, Preside della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, la mente dietro al progetto Last Minute Market. Nel 2000 il promotore e i suoi collaboratori iniziarono a pensare come recuperare i surplus di cibo (merci rimaste invendute nei supermercati per diverse ragioni, ma perfettamente utilizzabili) per darli a famiglie a basso reddito. Si tratta del primo sistema professionale in Italia per il riutilizzo dell’invenduto della cd. GDO (Grande Distribuzione Organizzata, quindi le grandi catene come Coop, Esselunga, Conad, Carrefour e così via).

Al momento sono più di 40 i progetti attivati in Italia e grazie a un’organizzazione strutturata con la collaborazione di vari Enti, fra i vari delle ASL, è garantita la perfetta conformità alle normative ed è possibile tenere sotto controllo anche gli aspetti nutrizionali e igienico-sanitari di quanto viene recuperato.

I promotori del progetto stimano che il 95% dei prodotti alimentari rimossi dagli scaffali sono ancora perfettamente consumabili: ogni anno gli italiani buttano via l’equivalente di 4 miliardi di Euro, quasi il 6% dell’ultima Manovra Finanziaria, l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale alla Grecia, 4 volte l’8 per mille annuo alla Chiesa Cattolica, il costo delle Province Italiane in un anno.

Qualche dato puntuale: 32 Comuni e 4 Province dell’Emilia-Romagna hanno aderito all’iniziativa dal 2007 al 2010. Da luglio 2009 al maggio 2010 il progetto ha recuperato 130 tonnellate di alimenti freschi, 3300 libri, 8600 euro di prodotti farmaceutici, 19400 euro di prodotti non alimentari, 10600 pasti.

Poco tempo fa sono comparsi nuovi monitoraggi e nei territori dove è nata l’idea i dati si fanno anche più interessanti: nelle provincie di Bologna e Ravenna fra il 2010 e il 2011 i pasti prodotti sono stati 43 mila, 31 mila euro il valore dei farmaci, 45 mila i libri ridistribuiti. E l’efficienza economica pare non mancare: nelle due province appena citate l’investimento nei progetti è stato dal 2008 al 2011 di 30 mila euro l’anno a fronte di 814 mila euro di beni recuperati (quasi 30 volte il finanziamento). Non male sarebbe avere anche il calcolo della riduzione di nuovi consumi e quindi di nuovi rifiuti. E non ce ne vogliano le multinazionali se non ci interessiamo particolarmente alle perdite economiche per mancato consumo inutile.

Il Consumismo natalizio è alle porte e leggendo il report annuale della CIA (Confederazione Italiana Agricoltori), solo durante Natale e Capodanno 500.000 tonnellate di cibo è buttato via nelle case italiane. E se durante il 26 dicembre si organizzasse un Last Minute Market dappertutto per tutte le famiglie italiane?

Tutto si trasforma, nulla si distrugge. E mentre ci sforziamo di capire cosa fare per produrre meno rifiuti alla culla e come gestirli alla tomba, cerchiamo anche di non disperarci in questo caso quando il cadavere non solo è ancora caldo, ma arzillo e in forma.

La BBC http://www.horizonsbusiness.com/#playlist ha dedicato un programma tv all’esperienza italiana.

Per approfondimenti: www.lastminutemarket.it

Autore: Samuele Falcone

Meno spazio nello spazio: nuovi satelliti e vecchi rifiuti spaziali.

Il lancio dei primi due dei trenta satelliti operativi previsti dal sistema di geoposizionamento europeo “Galileo”, avvenuto il 21 ottobre scorso, ha segnato un momento importante nella storia dell’Agenzia Spaziale Europea così come nell’evoluzione degli ormai onnipresenti navigatori satellitari.

Galileo si presenta come la futura alternativa al Global Positioning System controllato dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti; con la sua entrata in servizio prevista per il 2014 sarà il primo sistema di posizionamento nato esclusivamente per scopi civili e non militari; oltre al NAVSTAR GPS americano esiste infatti anche il sistema GLONASS russo, nato come il primo durante la guerra fredda e che verrà forse in futuro integrato in Galileo.

Le novità introdotte dal sistema Galileo consistono principalmente in una maggiore precisione e affidabilità dei dati, i quali saranno di qualità maggiore non solo per le zone urbane ma anche per le regioni ad alte latitudini, permettendo quindi di approfondire ad esempio gli studi sugli effetti dei cambiamenti climatici nelle regioni polari del pianeta. Il segnale trasmesso dai satelliti potrà essere inoltre autenticato e controllato grazie ad un messaggio di integrità, caratteristica che incrementa le possibili apllicazioni dei GPS nel campo della sicurezza e della tracciabilità.

Il programma Galileo contribuirà tuttavia anche a congestionare ulteriormente il traffico spaziale, costituito da più di 6000 satelliti, lanciati in orbita da quando nel 1957 lo Sputnik attraversò per la prima volta l’atmosfera terrestre. Di questi, circa 800 sono tuttora funzionanti e offrono un servizio fondamentale per la vita sulla terra, essendo utilizzati in numerosi campi: dalla meteorologia  e dallo studio dei cambiamenti climatici alle telecomunicazioni, dalla navigaizione al supporto di ricerche scientifiche. Oltre alle strutture intatte, operative e non, il resto degli oggetti che popolano la nostra orbita é costituito da circa 12000 rifiuti, oggetti inutilizzati, componenti espulsi, residui di collisioni ed esplosioni. Questi sono tuttavia soltanto quelli di dimensioni abbastanza grandi da poter essere tracciati e mantenuti sotto controllo dalla US Space Surveillance Network. 

Oltre che etico, il problema legato alla presenza di questi rifiuti fluttuanti ad una velocita’ di 52000 km/h nello spazio é costituito soprattutto dalle possibili, pericolose e costose, collisioni con altri satelliti, navicelle o stazioni spaziali operative orbitanti. Nonostante siano in corso alcune ricerche per trovare una metodologia per “pulire” lo spazio, ad oggi gli sforzi delle agenzie spaziali internazionali sono principalmente volti ad evitare di produrre nuovi detriti spaziali, a ridurre gli sprechi, a distruggere i rifiuti facendoli bruciare nell’atmosfera oppure atterrare in zone deserte, o negli oceani, oppure addiritura a “spostarli” su orbite più sicure e non utilizzate. Queste soluzioni non sembrano risolvere il problema a lungo termine anzi, in alcuni casi il problema, e il rifiuto stesso, viene semplicemente spostato, sulla terra o su di un’altra orbita.

Quand’e’ che ci si accorgerà che lo spazio, almeno quello a nostra disposizione, non e’ infinito?

Autore: Margherita Cisani

A pesca di bracconieri

Un peschereccio avanza lentamente sul mare calmo, illuminato solo dalla luna, ondeggiando e sbilanciandosi per il peso della rete attaccata all’argano di poppa.

Quest’immagine da cartolina illustra in realtà uno dei più grandi nemici del Mar Mediterraneo: la pesca a strascico,  antica pratica che consiste nel trascinare un’ enorme rete posata sul fondale, raccogliendo tutto quello che si trova sul proprio cammino.

I danni dello strascico consistono soprattutto nella distruzione degli ecosistemi di fondale, in particolare delle immense praterie di Posidonia, che assicurano ossigeno e biodiversità al Mar Mediterraneo, e nella totale mancanza di selettività, dal momento che la rete cattura qualunque animale marino incontri sul proprio cammino, compresi i pesci non commerciabili e le tartarughe.

Anche se la legislazione italiana proibisce lo strascico sottocosta (entro 3 miglia) e impone il fermo totale di questo tipo di pesca nel periodo di riproduzione di alcune specie di pesci, in tutta Italia sono moltissimi i pescatori che continuano a praticarlo, nella maggior parte dei casi del tutto impuniti. Nel 2010 sono state accertate nei nostri mari quasi 1.800 infrazioni per pesca di frodo (Legambiente, Dossier Mare Monstrum 2011), molte delle quali legate allo strascico,  anche se questa è solo la punta dell’iceberg di un’illegalità diffusa che sta mettendo in pericolo l’ecosistema marino italiano, oltre che lo stesso settore ittico.

A Talamone, tra la penisola dell’Argentario e il Parco Naturale dell’Uccellina, lungo le splendide coste della Maremma toscana, Paolo Fanciulli, o Paolo il pescatore come gli piace farsi chiamare,  ha deciso di rompere il silenzio su questo tema e da decenni si impegna attivamente per combattere la pesca a strascico e diffondere la cultura della pesca sostenibile e del rispetto del mare.

La battaglia di Paolo si combatte su tre fronti.

 Il primo è la diffusione – anche in città, attraverso i gruppi di acquisto solidale -  della cultura di un consumo critico di pesce, abbandonando i sempre più rari tonni, pescispada e sogliole e cominciando a mangiare specie meno conosciute: pesci serra, sugarelli, pesci bandiera, economici, sostenibili e saporiti.

Il secondo fronte è quello della sensibilizzazione: per amare il mare e capire davvero l’importanza di difenderlo è necessario viverlo in prima persona, attraverso la pesca-turismo. Per questo Paolo durante l’estate si fa accompagnare (a pagamento) dai turisti nelle battute di pesca sul Sirena, il suo piccolo peschereccio, insegnando loro a riconoscere e pulire il pesce e spiegando le tecniche di pesca sostenibile che utilizza, prima di concludere la giornata gustando il pescato del giorno in mezzo alla macchia mediterranea del Parco dell’Uccellina.

Di fronte all’avidità e all’ignoranza degli uomini, però, la sensibilizzazione non sempre basta. Fin dai primi anni ’90 quindi Paolo, con il sostegno di Greenpeace, ha cercato di impedire concretamente la pesca di frodo, con azioni di blocco i pescherecci ormeggiati a Porto Santo Stefano e buttando in mare dissuasori di cemento, innocui per l’ambiente ma utili per strappare le reti dei bracconieri del mare. Anche se azioni di questo tipo gli hanno procurato molti nemici, il suo impegno ha contribuito a smuovere le acque anche in senso metaforico, aumentando la consapevolezza – purtroppo ancora solo in una minoranza dei pescatori -  dell’inevitabilità di passare a modalità di pesca più sostenibili, se si vuole rallentare il processo di impoverimento dei mari che rischia di affossare il settore ittico italiano, oltre a causare danni irreparabili al Mare Nostrum.

Per saperne di più sulla pesca sostenibile e sulla pesca-turismo: www.paoloilpescatore.it

Autore: Giacomo Pettenati

Oltre i confini del Parco

Confini, limiti, linee e poligoni sono la materia prima per chiunque si occupi di sistemi informativi territoriali (GIS) e, più in generale, di geografia. Cosa succede però quando i confini, spesso solo amministrativi e politici, si scontrano con la realtà dei processi ecologici? Questa domanda sintetizza una delle principali sfide che deve affrontare chiunque si occupi di conservazione della natura.

All’origine di ogni area protetta vi è sempre un processo decisionale che riguarda la definizione dei suoi confini e, seppur il più accurato possibile, questo procedimento porterà inevitabilmente a porre qualche risorsa ecologica a cavallo tra due condizioni: protetta all’interno del parco e sottoposta alle influenze antropiche all’esterno. Per fare un esempio pensiamo ai fiumi, e più in particolare al fiume Yellowstone lo scorso Luglio: cosa sarebbe successo se la fuoriuscita di petrolio dall’oleodotto della Exxon Mobil fosse avvenuta a monte anziché a valle del fiume? Una sciagura per le risorse del primo parco nazionale della storia.

Greater Yellowstone Ecosystem

Pensare ad una scala più ampia è quindi la chiave per una maggior tutela degli ecosistemi, protetti grazie all’istituzione di parchi naturali e riserve ma inevitabilmente in contatto con ciò che accade all’esterno. Buffer zones e corridoi ecologici sono forse la principale risposta a questa problematica, le prime sono in poche parole delle zone “cuscinetto” sottoposte ad un grado di tutela inferiore ma che garantisce un passaggio graduale da uno tipo di gestione del territorio ad un altro; i secondi invece sono delle vere e proprie aree protette istituite con l’obiettivo di connettere tra loro altre riserve già esistenti, in modo tale da contrastare il fenomeno della frammentazione degli ambienti naturali, principale minaccia agli ecosistemi soprattutto nelle zone altamente urbanizzate.

L’urbanizzazione non è certo un problema nei dintorni del Parco di Yellowstone, dove la maggior parte del territorio è posseduto dallo Stato sotto forma di parchi e National Forests e dove lo sviluppo degli insediamenti è decisamente di tipo rurale, caratterizzato quindi da un impatto sulla natura limitato. Anche qui tuttavia la gestione delle risorse del parco si scontra spesso con le dinamiche esterne, basti pensare ad esempio ai problemi che sorgono durante la lunga stagione invernale, quando molti bufali e cervi si spostano nella relativamente calda Paradise Valley, a nord ovest del parco, dove non sono protetti ed entrano in contatto con il bestiame degli allevamenti. La risposta del National Park Service, l’organismo statale che gestisce tutti Parchi e le Riserve nazionali degli Stati Uniti si chiama NPScape, un progetto volto a fornire dati e informazioni riguardanti le dinamiche che si verificano alla scala del paesaggio, inteso come insieme di fenomeni naturali e antropici. Grazie a questo progetto ogni parco ha a disposizione un set di dati, mappe e informazioni che riguardano ad esempio l’uso del suolo, l’impatto delle vie di comunicazione o la copertura vegetazionale, per un’area più ampia rispetto ai suoi confini in modo da includere anche habitat chiave situati al di fuori del parco. Due sono i principali effetti positivi che questo progetto spera di stimolare: il primo è una migliore gestione delle risorse all’interno dei parchi, alla luce di una maggiore conoscenza di ciò che accade all’esterno, il secondo è la sensibilizzazione degli amministratori locali ad una gestione del territorio maggiormente integrata con quella attuata all’interno dei parchi.

NPScape è quindi uno dei tanti esempi di come si possa “fare Ambiente” imparando a conoscere meglio il paesaggio, non certo sinonimo di panorama ma frutto complesso dell’interazione tra società e ambiente.

Autore: Margherita Cisani

Mettete dei tulipani nei vostri cannoni

Un piccolo e toccante libro, “L’uomo che piantava gli alberi” (Jean Giono, 1953), racconta la storia di un pastore eremita il quale, avendo osservato la desolazione dell’arida campagna in cui viveva, decise semplicemente di piantarvi alberi. A trent’anni dal giorno in cui cominciò la sua attività solitaria, la vallata si presentava come una rigogliosa foresta verde, e il villaggio un tempo abbandonato era stato ripopolato da uomini e donne felici che vivevano in armonia con la loro terra. Il racconto, fortemente allegorico, è una parabola dell’azione positiva che l’uomo può avere sul proprio territorio, ma soprattutto dell’effetto benefico che un territorio accogliente può avere sulla società umana.

Il messaggio pare essere stato ricevuto e messo in pratica dalle migliaia di persone che in tutto il mondo oggi praticano il Guerrilla Gardening. Si tratta di un fenomeno nato negli USA negli anni ‘70 ed è una forma di attivismo non-violento e ambientalista che consiste nel piantare alberi, fiori e ortaggi clandestinamente, su suolo pubblico. Alcuni guerriglieri compiono i loro “attacchi” furtivamente, di notte; altri lo fanno alla luce del sole, quando sono certi di avere il supporto della comunità locale, che anzi è attivamente chiamata a partecipare. La guerriglia è alimentata dal desiderio di mettere in atto una forma di provocazione e di protesta contro l’abuso di suolo e contro il degrado in cui molte parti delle città sono abbandonate; più semplicemente, si tratta di cittadini che hanno voglia di dedicare il proprio tempo libero ad abbellire gli angoli meno curati della propria città, per renderla più bella ed accogliente, come nel racconto di Giono.

Ovviamente chiunque può prendere parte al movimento in ogni istante. L’occasione per armarsi di vanga e rastrello potrebbe essere già domenica 9 ottobre, giorno in cui il movimento internazionale di Guerrilla Gardeners ha organizzato l’International Tulip Guerrilla Gardening Day. Per il secondo anno consecutivo, i guerriglieri pianteranno bulbi di tulipano negli angoli dimenticati delle città di tutto l’emisfero settentrionale, che in primavera si tingeranno di tante piccole macchie colorate. Per piantare i vostri bulbi, cercate un terreno soffice e interrateli a una quindicina di centimetri di profondità, distanziandoli l’uno dall’altro di almeno 5-6 centimetri. Dopo la semina, innaffiate, e avrete portato a termine con coraggio e onore la vostra prima azione di guerriglia (verde) urbana!

Per maggiori informazioni:
http://www.guerrillagardening.org/

http://www.guerrillagardening.it

https://www.facebook.com/event.php?eid=281222278560739

“L’uomo che piantava gli alberi”, Jean Giono (1953), ed. Salani.
“Guerrilla gardening. Manuale di giardinaggio e resistenza contro il degrado urbano”, M. Trasi e A. Zabiello (2009), ed. Kowalski.

Autore: Valeria Forlin