L’altra faccia della moda: metalli pesanti nei fiumi e sostanze tossiche negli indumenti

Youngor Textile Complex

La moda è spesso lontana dall’etica e dalla sostenibilità. Marchi di spicco e griffe celano frequentemente diritti violati e danni all’ambiente. Anche per il settore tessile infatti, negli ultimi anni, si è riscontrata la tendenza a delocalizzare le fasi produttive più inquinanti verso i PVS (dove gli standard ambientali sono notoriamente più bassi e la manodopera sottopagata). Crescono così le importazioni di prodotti d’abbigliamento come jeans, t-shirt, scarpe, intimo, etc, da paesi del sud-est asiatico (dalla Cina in particolare); articoli che poi finiscono in vendita nei mercati di Paesi occidentali che, assecondando questo meccanismo, delocalizzano anche la contabilità dei gas serra.

Greenpeace aveva già denunciato l’inquinamento dei fiumi cinesi prodotto dagli scarichi delle industrie tessili delocalizzate nel report ‘Dirty Laundry. Unravelling the corporate connections to toxic water pollution in China’. Come emerge chiaramente da questo documento, a essere minacciati sono soprattutto il Fiume Azzurro e il Fiume delle Perle. L’elenco delle sostanze rinvenute dai ricercatori nei campioni d’acqua prelevati presso gli scarichi dei due principali complessi industriali cinesi (lo Youngor Textile Complex e il Well Dyeing Factory Limited) è impressionante: alchilfenoli composti perfluorurati, cromo e altri metalli pesanti (nichel, rame, ecc.), cloroformio, etc. Si tratta di sostanze dannose per la salute umana. Dietro questi distretti industriali cinesi ci sono le grandi marche dello sport nazionali ma soprattutto internazionali che, con il loro potere economico, hanno la forza di influenzare l’intera catena di produzione e il mercato. Nel mirino Nike, Adidas, Puma, così come marchi internazionali di moda come Lacoste, H&M, Calvin Klein e Converse.

Oggi l’associazione ambientalista torna sul tema con la relazione ‘ Dirty Laundry 2: Hung Out to Dry. Unravelling the toxic trail from pipes to products‘ . Dagli scarichi tossici ai prodotti in vendita’ presentata recentemente a Pechino. Questo rapporto rivela che composti pericolosi per salute e ambiente vengono usati nella produzione di abiti sportivi di brand internazionali. Su 78 articoli di abbigliamento e scarpe sportive acquistati da Greenpeace in 18 differenti paesi in tutto il mondo, fra cui anche l’Italia, 52 prodotti appartenenti a 14 marche differenti (tra cui Adidas, Uniqlo, Calvin Klein, H&M, Abercrombie&Fitch, Lacoste, Converse, Nike e Ralph Lauren) sono risultati positivi al test sui nonilfenoli etossilati (NPE). Questi composti, usati anche nell’industria tessile, una volta rilasciati nell’ambiente si trasformano in una sostanza pericolosa, il nonilfenolo (NP). Il nonilfenolo è persistente poiché non si degrada facilmente ed è bioaccumulante in quanto si accumula lungo la catena alimentare. È molto nocivo: può alterare il sistema ormonale dell’uomo anche se presente in concentrazioni piuttosto basse.

Secondo Greenpeace quanto emerso è solamente la punta di un grosso iceberg. L’uso di composti pericolosi nell’industria tessile è un problema globale che rischia di inquinare le acque di tutto il mondo. I grandi brand dell’abbigliamento sportivo sono responsabili di questi scarichi pericolosi e le persone hanno il diritto di sapere quali sostanze sono presenti negli indumenti che indossano e quali effetti causano una volta rilasciati nell’ambiente. Per il momento, solamente Adidas e Puma hanno raccolto la sfida lanciata dall’associazione impegnandosi ad eliminare entro il 2020 tutte le sostanze pericolose dai prodotti messi in commercio. Purtroppo il quadro complessivo resta davvero critico. Al momento, spiega Vittoria Polidori responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace, nessuna delle aziende indicate nel rapporto ha una visione completa dell’intero processo produttivo che porta alla fabbricazione del prodotto finito, la soluzione al problema e’ in primis adottare una chiara politica chimica che permetta alle aziende, attraverso monitoraggi periodici e scadenze precise, di ridurre e infine eliminare l’uso di composti pericolosi lungo l’intera catena di rifornimento.

Autore: Sara Colombo

Il Paese assetato: la Cina e l’acqua

Il fiume Huangpu a Shanghai

La Cina continua a sembrare, stando ai media, la grande tigre dello sviluppo (economico) e ultimamente, visto il grande impegno per le rinnovabili, i mastodontici progetti di rifornimento idrico e per la lotta al cambiamento climatico, sembra essere diventata la nuova frontiera dello sviluppo sostenibile. C’è molto fermento a livello sociale, tecnologico e soprattutto politico, tanto che il XII Piano Quinquennale per lo Sviluppo Economico e Sociale, il mega programma che da Pechino ha il gravoso compito di irradiare le scelte del Partito Comunista in un paese che si avvicina agli 1,4 miliardi di abitanti, è quello della grande svolta, promosso come un “Landmark” per la “riconciliazione dell’ambiente e dell’economia”.

Usando le misurazioni della World Bank, tenendo la valuta stabile all’anno 2000, il GDP della Cina è cresciuto da 182.941.942.815,33 dollari americani nel 1980 a 2456684033218 nel 2008. Il tutto come sappiamo, contenuto da una crescita della popolazione esponenziale solo in parte bloccata dalla cosiddetta “politica del figlio unico”. Questo non ha impedito per esempio nello scorso decennio di passare da un PIL procapite di 1105,96 dollari a 2032,62 dal 2002 al 2008 (variazione sopra l’83%), un livello ancora basso che ci ricorda quanto abbia scarsa importanza parlare della Cina in termini assoluti.

La Repubblica Popolare quindi, stando a questi dati, sembrerebbe sempre più direzionata verso uno sviluppo economico armonico e un benessere generalizzato? Qualche dubbio, potrebbe venirci. Per esempio misurando le ineguaglianze di reddito sempre più divaricanti: l’Indice di Gini, che misura le ineguaglianze di reddito in un paese con un range da 0 (totale eguaglianza) a 1 (tutto il reddito in mano a una sola popolazione), ci dice che  da un valore dello 0,33 nel 1980 siamo arrivati allo 0,47 nel 2008 (+29%). Con certo qualche problema in termini di coerenza con gli ideali politici che tuttora saldamente dominano il paese.

Benessere quindi per molti, ma non per tutti, soprattutto in una sempre più marcata contrapposizione fra le ricche metropoli della costa e la situazione meno entusiastica degli altri 700 milioni di cinesi delle campagne.

L’acqua sembra essere a nostro avviso uno dei problemi più ingenti ed emblematici: la Cina conta approssimativamente il 19,5% della popolazione mondiale, ma possiede sul suo territorio solo il 7% delle risorse di acqua utilizzabili, con una disponibilità procapite di soli 2123 metri cubi (contro una media mondiale di più di 9400).

Per uno Shanghainese sarebbe piuttosto azzardato bere acqua del rubinetto: l’esaurimento della falda, ormai prossimo allo stadio finale, porta a uno sfruttamento quasi totale per l’approvvigionamento domestico di acqua trattata del fiume Huangpu, uno dei più inquinati del mondo. Ma 700 milioni di persone, metà dei cinesi, in gran parte delle campagne, continua a bere acqua contaminata e il Ministero della Salute cinese non nasconde che nel 2003 480.000 persone sono morte per cancro intestinale, allo stomaco, alla vescica o al fegato, e le stime imputano all’acqua inquinata da 50.000 a 200.000 di queste morti.

Continuando a parlare delle stime, la World Bank dice che dal 2007 al 2033, le disponibilità di acqua procapite nel paese se il trend non si inverte scenderanno ulteriormente (quasi un altro 15%), nonostante i grandi sforzi. Il problema dell’acqua purtroppo è complicato infine da quello delle forniture alimentari, un altro importante problema del paese che deve sfamare un numero di bocche su cui numeri peraltro non si è ancora del tutto certi. Dal 2002 al 2007 la produzione alimentare è cresciuta del 14%, e attualmente è il settore che assorbe più risorse idriche di tutti.

Effettivamente, gli sforzi del governo cinese stanno dando i loro frutti: l’acqua rinnovata tecnologicamente cresce sempre di più, un grande progetto di deviazione di risorse idriche dal ricco (in termini di quantità di acqua) sud al più povero nord è in corso, l’impegno delle imprese e delle multinazionali (non trascurabile il ruolo dei fornitori di acqua in bottiglia) in questo campo si fa sempre più marcato, ma la situazione non è buona. Una delle più conflittuali conseguenze è per esempio la tensione per lo sfruttamento del fiume Mekong con Cambogia, Vietnam e Laos. L’ambiente sembra quindi diventare sempre di più una delle preoccupazioni centrali per la Cina e gli investimenti privati e internazionali di un mercato di tale portata, sono in crescita. Si tratta soprattutto di capire se il paese non ha aspettato troppo ad agire: il decoupling, ovvero la diminuzione del consumo idrico nonostante la continua crescita economica, è già avvenuto ed è un dato positivo; tuttavia le disponibilità d’acqua, che non si rinnova facilmente nel breve termine, continuano a scendere lentamente ma per ora senza sosta.

Il problema dell’acqua rende un po’ meno rosei gli straordinari dati di crescita del paese. Ma politici, investitori, specialisti e cittadini a livello locale, anche secondo la nostra esperienza, hanno forte coscienza del problema ed è pur vero che la gestione dell’ambiente in Cina è forse oggi l’attualità più importante.

Autore: Samuele Falcone

Per approfondimenti e fonti dei dati scrivere a samuele.falcone@libero.it

2011 International Student Conference on Environment and Sustainability

2011 International Student Conference on Environment and Sustainability

2011 International Student Conference on Environment and Sustainability

La sostenibilità ambientale è un tema sul quale sono attualmente focalizzati governi, università e istituti di ricerca, ma anche di società e aziende private.

La conoscenza e la consapevolezza delle problematiche legate al progressivo degrado degli ecosistemi e della complessità di tali problematiche è un imprescindibile punto di partenza per la definizione di soluzioni possibili. Benché percorsi formativi in ambito ambientale basati su un approccio multidisciplinare siano ormai diffusi a livello universitario, lo scambio di competenze e conoscenze tra studenti ed esperti aventi diversi tipi di formazione e provenienti da diverse culture è un aspetto fondamentale, considerando la scala globale delle problematiche ambientali.

Le conferenze a livello internazionale sono ormai frequenti, e costituiscono una opportunità unica per l’approfondimento scientifico e la diffusione di coscienza e consapevolezza nell’opinione pubblica.

Quest’anno, per la prima volta, si è tenuta alla Tongji University di Shanghai, dal 5 all’8 giugno 2011, con il supporto dell’UNEP (United Nations Environmental Panel) e dell’IESD (Institute of Environment for Sustainable Development), la “2011 International Student Conference on Environment and Sustainability” (conferenza internazionale degli studenti sull’ambiente e la sostenibilità). Alla conferenza hanno partecipato, a seguito di una selezione, studenti provenienti da 35 diversi paesi con percorsi formativi legati alla sostenibilità ambientale.

I partecipanti, divisi in 4 gruppi tematici di lavoro

  • Living with forest and water
  • Green economy
  • Clean energy & green mobility
  • Eco-urbanism & cultural heritage

hanno seguito lezioni frontali, partecipato ad escursioni e avuto momenti di discussione di gruppo.

Durante la giornata conclusiva ogni gruppo ha presentato i risultati della propria ricerca relativamente al tema assegnato. La conferenza è stata non solo supportata da docenti ed esperti, ma ha creato valore dallo scambio di conoscenze e dall’interculturalità.

Al termine della conferenza è stata presentata una dichiarazione – elaborata dapprima da un ristretto gruppo di studenti, e poi revisionata da tutti i partecipanti – con la quale i partecipanti hanno voluto esplicitare la propria volontà e il proprio impegno nel promuovere stili di vita sostenibili e ridurre l’impatto sull’ambiente. La dichiarazione è scaricabile nella versione in inglese. Oltre agli aspetti legati all’ambiente, viene messa in evidenza anche l’importanza degli aspetti sociali ed economici, proponendo una visione integrata ed equilibrata di sostenibilità.

Per approfondimenti:

http://unep-iesd.tongji.edu.cn/index.php?classid=875

http://unep-iesd.tongji.edu.cn/index.php?classid=883&newsid=827&t=show

 Autore: Valentina E. L. Preti

Educare all’ambiente: intervista a Mrs. Zwisler, Direttrice di Roots and Shoots Cina

Abbiamo incontrato per voi una delle associazioni di volontariato ambientale più attive a Shanghai, o meglio, la più attiva. Un incontro utile per farci un’idea sulle attività che si svolgono in ogni angolo del mondo per la causa ambientalista. Il nome della Fondazione promotrice è Roots and Shoots (Radici e Germogli), nome eloquente che indica il giovanissimo target di un’organizzazione che raccoglie la sfida ambientale partendo dall’educazione delle nuove generazioni.

Quando parliamo “di ambiente”, alla nostra mente arrivano i grandi problemi di aria, acqua, suolo, paesaggio, i grandi incidenti petroliferi degli ultimi anni, l’inquinamento radioattivo degli ultimi giorni e altri temi lontani dalle responsabilità del singolo. Viene così da chiedersi se effettivamente i fondi dedicati all’educazione ambientale non dovrebbero essere destinati ad altre urgenze. Insomma, tamponare le cose importanti adesso o investire su un faticoso e incerto futuro? Tori Zwisler, direttrice di questo vero e proprio colosso di educazione ambientale ha risposto alle nostre domande, volutamente incalzanti, con convinzione e interesse.

“Sono d’accordo con l’osservazione che l’educazione ambientale riguardi un approccio a lungo termine, allo stesso tempo però abbiamo modo di direzionare gli studenti all’attenzione per lo sviluppo sostenibile” e a conferma di questo parla della concretezza che cerca di dare al lavoro alla figura professionale dell’educatore ambientale: “privilegiamo le attività esperienziali, progetti concreti e di breve termine, per esempio consideriamo 6 mesi già un termine troppo lungo per mantenere l’attenzione”. Le attività rimangono concentrate sul “coinvolgimento in progetti focalizzati che possano essere poi completati e implementati per conto proprio dagli studenti: raccolta differenziata, programmi di riciclo, risparmio di buste di plastica, utilizzo di bacchette riutilizzabili e altre piccole cose”.

Le attività di Roots and Shoots si svolgono a Shanghai, dove Miss Zwisler ci fa luce su un contesto in cui “coinvolgere sei scuole significa direttamente coinvolgere 6000 studenti. Il nostro lavoro è quello di raccogliere le informazioni, accumularle e renderle interessanti e motivanti nella realizzazione dei nostri progetti” e per quanto riguarda la riposta del popolo cinese pare che piaccia “fare la differenza, avere un qualche tipo di impatto e continuare a farlo”. A proposito di studenti è inoltre non indifferente il passaggio di informazioni all’interno del contesto familiare: “quando fai educazione ambientale non la stai facendo solo con i bambini, ma anche con gli adulti. Se un ragazzino sta risparmiando energia lo inizieranno ad osservare anche i genitori, e poi i vicini e le loro famiglie e così via”. Niente di nuovo forse per gli esperti di educazione ambientale, ma è pur vero che il discorso si amplifica in un contesto dove la vita è stata stravolta nel giro di 20 anni e dove le nuovissime generazioni parlano inglese e di ambientalismo, mentre i genitori rimangono in un certo senso indietro rispetto ai fenomeni globali.

In una città come Shanghai inoltre emerge un nuovo fenomeno fino a poco fa inconsueto, quello degli animali domestici. Non è infrequente per noi italiani scherzare a riguardo, visto l’utilizzo a scopo alimentare – peraltro anche pregiato – di animali come il cane, a noi del tutto estraneo. Fino a poco tempo fa l’utilizzo dell’animale domestico in contesti urbani cinesi era qualcosa di impensabile, ma ora una nuova generazione di cittadini, desiderosa di assomigliare sempre più al consumatore fashion occidentale, inizia a possedere un animale domestico scoprendone i grandi onori ma anche i numerosi oneri. E così in una città come Shanghai pare che Roots and Shoots trovi il suo perché anche nell’aiutare la popolazione, in primis i bambini, a “vivere insieme ai loro animali domestici. E’ una città piuttosto ricca e ne vogliono sempre di più negli ultimi anni. Noi vogliamo aiutare le persone a vivere meglio con i loro animali e imparare nozioni di base per esempio circa le necessità di vaccino”. Non dimentichiamo infatti che la maggiore conseguenza di un acquisto sovrappensiero di un animale domestico è l’abbandono. “C’è un discreto fenomeno di abbandono di animali a Shanghai. Nel nostro ufficio (composto da 17 addetti, ndr) 6 persone hanno preso con loro animali abbandonati”. E a proposito dell’educazione alla vita con gli amici a quattro zampe, si spera che si faccia qualcosa anche contro il dilagante fenomeno dei barboncini con le converse alle zampe e i ciuffi tinti di colori fluorescenti (passeggiare per la metropoli per credere).

Una valutazione positiva quindi, quella sul lavoro di Roots and Shoots, dalle informazioni in nostro possesso e dalla passione con cui parla chi vi lavora. Un po’ più di contraddizione per le fondazioni di questo tipo è la raccolta fondi. Abbiamo chiesto, trattandosi di un’organizzazione che domina la scena di una città di 24 milioni di abitanti e che ha la propria sede in un grattacielo a poche centinaia di metri dalla centralissima People’s Square, se si è mai ricevuta una “proposta indecente”. In questo caso l’associazione pone delle limitazioni nell’accettazione di donazioni solo per coloro che hanno affari in traffico d’armi e industrie del tabacco. Coscienti del fatto che non è sempre facile indagare sulla vita ambientale di numerosi processi produttivi, la risposta è che “noi preferiamo vedere il bicchiere mezzo pieno”. Ed è pur vero che gli investimenti nel campo dell’educazione ambientale non sono sempre tanti ed è meglio avere dei liquidi attraverso i quali riproporre un bilanciamento, magari per educare nuovi futuri capitani d’impresa a fare meglio. Apprezziamo la sincerità e la consapevolezza della Fondazione, seppure riteniamo che qualcosa in più si potrebbe fare su questo aspetto.

Attualmente Roots and Shoots ha come cavallo di battaglia il progetto 3 million trees, che porterà letteralmente nuovo ossigeno nella Mongolia interna, per conoscere questo e altri progetti dell’avanguardia dell’educazione ambientale, navigare sul sito www.jgi-shanghai.org

Autore: Samuele Falcone

L’olio di palma: un nemico nascosto dell’ambiente

I nemici più insidiosi per l’ambiente sono quelli nascosti. Tra questi c’è senza dubbio l’olio di palma, ingrediente fondamentale di gran parte dei prodotti da forno e fritti dell’industria alimentare e inserito a pieno titolo nella lista dei cosiddetti “biocarburanti”.

Nell’ultimo decennio la coltivazione delle palme da olio, controllata sia da grandi multinazionali dell’energia e dell’alimentare, che da piccole imprese familiari,  prevalentemente cinesi o malesi, ha sottratto milioni di chilometri quadrati alle foreste del Asia sudorientale, distruggendo in pochi anni sconfinate torbiere di origine antichissima, che fornivano il nutrimento ad uno degli ecosistemi più ricchi e delicati della Terra.

Una bella inchiesta di Raimondo Bultrini, pubblicata su L’Espresso del 24 febbraio scorso, descrive, con l’aiuto delle drammatiche immagini del fotografo americano James Withlow Delano,  la devastazione del Parco Naturale di Taman Negara, nel Borneo. Fino a pochi anni fa, questo territorio era la patria degli indigeni Penan e Batek, popolata da migliaia di specie vegetali ed animali. Ora è solo un immenso palmeto, irrorato di pesticidi, che fornisce olio alle raffinerie ed alle industrie alimentari di tutto il mondo.

Come se non bastasse, le palme da olio, la cui coltivazione per la produzione di bio-diesel viene incentivata dai governi come antidoto all’effetto serra, forniscono all’atmosfera molto meno ossigeno, e trattengono molto meno carbonio, della vegetazione originaria che viene tagliata o bruciata per lasciare spazio alle piantagioni.
Come spesso succede, l’evidenza dei dati non riesce a fermare meccanismi politici ed economici di scala mondiale e, se niente cambierà, l’utilizzo dell’olio di palma come combustibile per le automobili o per la produzione di energia, sembra destinato a diffondersi enormemente nei prossimi anni. Solo in Italia, dove lo stato incentiva l’utilizzo dell’olio di palma  come fonte energetica “verde”, è prevista la costruzione di una ventina di piccole centrali per la produzione di energia elettrica che bruceranno questo  combustibile.

In campo alimentare, il danno dell’olio di palma è doppio. La sua presenza è praticamente invisibile, dal momento che la legge non prevede di specificare la provenienza di tutti gli ingredienti e consente di utilizzare classificazioni generiche, come quella di “oli vegetali”. L’olio di palma però è praticamente dappertutto, nelle merendine, nel pane industriale, nelle patatine fritte e perfino nelle brioches dei bar. Oltre ad essere insostenibile dal punto di vista ambientale, questa sostanza  è anche poco sana. Possiede infatti una percentuale di grassi saturi, che favoriscono l’aumento del colesterolo, paragonabile a quella dei grassi di origine animale.

Le campagne delle associazioni ambientaliste, soprattutto Greenpeace, iniziano per fortuna a sortire qualche effetto. Alcune grandi multinazionali dell’industria alimentare, come Nestlè ed Unilever, temendo una pubblicità negativa, hanno deciso infatti di limitare l’utilizzo di olio di palma per i propri prodotti, anche se la scarsa trasparenza delle etichette degli alimenti rende molto difficile monitorare la reale efficacia di questi provvedimenti.

Autore: Giacomo Pettenati

Da Tianjin verso Cancún: dove va il Protocollo di Kyoto?

Logo_cop16Sabato 9 Ottobre a Tianjin, Cina, si sono conclusi i lavori della 14° sessione dell’ AWG-KP e della 12° sessione dell’ AWG-LGA. Dietro a queste strane sigle si celano rappresentanti dei governi, tecnici e delegati partecipanti a due importanti colloqui: quello destinato a studiare e ad analizzare le modalità di attuazione di nuovi impegni di riduzione delle emissioni climalteranti (Ad Hoc Working Group on Further Commitments for Annex I Parties under the Kyoto Protocol) e  quello volto a promuovere la cooperazione a lungo termine, così come indicato inizialmente dalla Convenzione sul clima che precede il famoso Protocollo (Ad Hoc Working Group on Long-term Cooperative Action under the Convention).

Si sono esauriti quindi tutti gli appuntamenti preparatori previsti prima della COP 16 (Conference of the Parties) che si svolgerà a Cancún, in Messico dal 30 Novembre prossimo, per la quale c’è molta attesa, soprattutto per quanto riguarda la presa di decisioni definitive sugli impegni da adottare per il periodo 2012 – 2020. In poche parole l’obiettivo di entrambi i gruppi di lavoro è stato quello di definire chiaramente cosa si potrà e dovrà decidere a Cancún, in quali aree si potrà agire e quali proposte potranno essere presentate.

La segretaria esecutiva dell’Unfccc, Christiana Figueres, ha spiegato come l’obiettivo sia stato quello di “trovare le chiavi per sbloccare un nuovo livello di azione per il clima”, livello che comprende urgenti misure concrete per ridurre le emissioni future ma soprattutto per mitigare gli effetti del cambiamento climatico già in atto, simbolizzati tragicamente dalle inondazioni in Pakistan e dagli incendi verificatisi in Russia. Per raggiungere più facilmente questo obiettivo, il gruppo di lavoro sugli accordi a lungo termine ha elaborato un “balance package” di elementi da discutere ed approvare a Cancún.

Le tematiche che verranno affrontate in Messico saranno quindi:

- la ricerca di una visione a lungo termine condivisa,

- le strategie di adattamento e di mitigazione,

- gli elementi operativi chiave dei meccanismi finanziari, tecnologici e del capacity-building,

- il futuro del Protocollo di Kyoto.

Si tratta di un “pacchetto di decisioni” piuttosto generico e poco definito, non è molto chiaro infatti quale tipo di visione condivisa ci si aspetta e quale sarà il grado di impegno effettivo che i governi proporranno; tutto ciò è sintomo del fatto che i partecipanti condividono a parole la necessità di rivedere gli accordi e di migliorare il trattato, “senza un aggiornamento il Protocollo di Kyoto è morto” sostengono l’Unione Europea e i paesi emergenti compresa la Cina, tuttavia manca ancora un governo leader che abbia il coraggio di trascinare gli altri stati verso questi obiettivi ambiziosi e di dare una svolta alle negoziazioni in stallo.

Da Copenhagen, sede dell’ultima Conferenza delle Parti, le posizioni appaiono infatti pressoché identiche: gli Stati Uniti sono favorevoli ad un “alleggerimento” delle regole e degli obblighi, il che dovrebbe secondo gli americani facilitare la riduzione delle emissioni e la riconversione ecologica delle economie, l’Unione Europea, nonostante a volte fatichi a trovare la giusta coesione interna, generalmente è sempre stata favorevole ad assumere impegni ambiziosi con regole chiare e ben definite, mentre la Cina e gli altri paesi emergenti come il Brasile non accettano di equipararsi ai paesi industrializzati, essendo questi ultimi i principali responsabili del cambiamento climatico, provocato da decenni di sviluppo industriale incontrollato. Purtroppo la voce dei paesi più poveri, i cosiddetti LDC (Least Developed Countries), è sempre quella meno ascoltata, nonostante le conseguenze dei cambiamenti climatici siano più gravi e più difficilmente affrontabili proprio in quelle aree del mondo. A Tianjin, oltretutto, non è stato trovato un accordo sull’allocazione del primo fondo di partenza (30 miliardi di dollari) per aiutare i Paesi in via di sviluppo.

Se da un lato non resta che attendere l’inaugurazione della Cop 16, sperando che porti novità positive in materia, dall’altro continua ad essere importante la diffusione delle informazioni e la sensibilizzazione verso questi temi, per far si che cambiamento climatico, deforestazione, lotta all’inquinamento e difesa dell’ambiente diventino questioni importanti per tutti, in modo tale che i governi vengano stimolati dall’opinione pubblica a prendere decisioni importanti, poiché essi spesso sono purtroppo più interessati a mantenere il consenso piuttosto che a rispettare l’ambiente.

Autore: Margherita Cisani

La caccia nella Cina dell’ovest fra tutela ambientale, etica, efficienza economica e classismo

40.000 Dollari per uccidere uno yak selvatico, 1.500 per una antilope tibetana, solo 200 per un lupo. Queste e tante altre specie asiatiche sono messe all’asta da qualche anno, con una serie di quote, per le regioni dello Ningzia, Qinghai, Shanxi, Gansu e Xinjiang, nell’ovest del paese, ovvero aree in via di sviluppo, in posizioni geografiche diametralmente opposte a quelle delle grandi metropoli della costa orientale.

A quanto pare nonostante la relativa legge sia datata 2006, le polemiche continuano, soprattutto ad opera dei gruppi locali e dei movimenti ambientalisti, alla luce di una serie intricata di contraddizioni e ombre lasciate dall’iniziativa.

Una prima contraddizione, che adombra un po’ di classismo e imperialismo economico, arriva dal fatto che i permessi di caccia sono rilasciati assolutamente solo a cittadini stranieri. Tale regola d’altra parte risulta piuttosto superflua, dal momento che tali cifre sono totalmente inavvicinabili per un cacciatore locale. Pare anche chiaro come questa caccia abbia un fine palesemente esibizionista e non è per nulla legata alle esigenze alimentari di chicchessia.

D’altra parte in un articolo dal titolo “For the first time: the market only open to foreigners” il giornalista del Beijing Yang Daly (purtroppo non ho il nome a disposizione, ndr) spiega che l’ufficiale dell’Amministrazione Forestale che “In these areas, International hunters can kill the appointed wild animals in appointed time and appointed site”.
A tamponare gli interrogativi etici, ci pensa il Dipartimento della Wild Animal Protection Association, che spiega che i fondi realizzati serviranno a finanziare il suddetto dipartimento: da una parte quindi troviamo l’obiettivo della tutela degli animali e delle relative riserve, dall’altra il metodo per la tutela è la loro uccisione, provocando ancora una volta una contraddizione che travalica i confini cinesi.

Al momento credo che nessuno dei paesi del mondo riesca come la Cina a porre interrogativi relativi così concreti relativamente al concetto di sviluppo sostenibile: da una parte una crescita e una voglia di aumentare gli introiti economici di un paese che ancora ne sente fortemente il bisogno, dall’altra una forte sensibilità ambientale derivante dal fatto che è davanti agli occhi di tutti il degrado ambientale e il traballare di principi secolari fra cui quello dell’armonia con la natura e con gli altri esseri viventi.

Tornando al pratico: chi controllerà l’effettivo rispetto delle regole? E il bracconaggio come sarà controllato? In queste aree è davvero possibile come recita la legge “uccidere solo gli animali pattuiti evitando cuccioli e femmine”?

E’ giusto uccidere gli animali per salvarli? Può essere veramente uno strumento di sviluppo economico oppure sarà solamente un divertimento per un èlite che non cambierà nulla dello stato di queste popolazioni e delle loro economie locali? Perché sono state scelte queste aree marginali piuttosto che altre?

E se invece questo piano funzionerà davvero? I principi etici non devono intromettersi nei meccanicismi della teoria economica?

La caccia riesce a suscitare diverse emozioni a seconda dei nostri valori personali ma di fatto esiste e al contempo ogni sforzo per preservare l’ambiente andrebbe (sempre?) premiato, ma chi può dire se in questo caso funzionerà. Sicuramente le domande poste contengono al loro interno anche le risposte. Staremo a vedere.

A presto con la prossima cronaca dal lontano Oriente.

Autore: Samuele Falcone

Green economy italo-cinese

da asianews.it

Vorrei raccontarvi di un interessante seminario al quale ho partecipato a Shanghai, organizzato dalla Tongji University e dalla Regione Emilia-Romagna, rappresentata dal Presidente Errani, con una serie di imprese della regione impegnate in innovazione sui temi della Green Economy. Hanno partecipato anche Confindustria Emilia-Romagna, Monte dei Paschi di Siena e il Ministero dell’Ambiente.

Quello che è emerso, e che già peraltro era noto leggendo varie statistiche per esempio sulle certificazioni ambientali, è che la Regione Emilia-Romagna è quella italiana più avanti nel binomio ambiente-azienda e che ora si sta sforzando di far emergere le proprie eccellenza con processi cooperativi con il colosso cinese in continua ascesa.

Come è stato messo ben in luce dal Professor Li Fengting, professore dell’UNEP presso la Tongji, infatti la Cina è il paese che più sta producendo al mondo ma anche quella che sta soffrendo più di tutti di conseguenza il degrado ambientale.

In particolare l’inquinamento delle acque è quello che sta colpendo tutti i bacini idrografici più importanti. La risorsa idrica in Cina ha già di per sé una distribuzione disomogenea sul territorio, con uno squilibrio in particolare fra Sud più ricco e Nord meno ricco, per cui è richiesto quotidianamente uno spostamento di risorse dalle zone più ricche a quelle più bisognose, dove gli standard di potabilità spesso non sono raggiunti.

Allo stesso tempo è stato però messo in luce dagli altri partecipanti, in particolare dalle istituzioni e dagli imprenditori italiani, come la Cina sia però anche il paese che più di tutti sta investendo per realizzare interventi di riequilibrio nel campo della Green Economy. Tanto che per esempio gli imprenditori notano come sia più semplice fare questo tipo di investimento piuttosto che in Italia in Cina, dove il risultato è visto in maniera più immediata e con una voglia di realizzare interventi di riequilibrio visibili.

I progetti realizzati nel Sino-Italian Campus della Tongji University di Shanghai vanno da una particolare tipologia di micro turbine e micro cogeneratori utilizzabili anche in unità abitative o in condomini, con una possibile diffusione futura soprattutto in suolo cinese; si passa poi a particolare tipologie di veicoli elettrici per lunghe distanze che sfruttano il riscaldamento del motore per produrre nuova energia necessaria al trasporto; molto interessante anche la produzione di energia solare, dove l’ingegno italiano per esempio con i pannelli solari a concentrazione (uno dei quali dà autonomia a un intero Kibbutz) si potrebbe sposare in un futuro non molto lontano con alcune esigenze del territorio cinese.

Confindustria Emilia-Romagna ha stimato che il guadagno per le imprese (di dimensione piccola) che per ora hanno partecipato a questi programmi di scambio tecnologico si aggira intorno ai 30 milioni, in attesa di un’esplosione e di una crescita che potrebbe rivelarsi un grande valore aggiunto.

Cina e Italia quindi sembrano poter andare a braccetto all’insegna dello scambio tecnologico, della realizzazione di un mercato più ampio e nella protezione ambientale, in attesa che il tutto decolli sempre di più in entrambi i Paesi.

Autore: Samuele Falcone

ProgettiOriente

Sembra che a volte se si programmano le cose, poi si devono fare. Ecco, io non sono ancora pronto eppure mancano ormai 4 giorni. Mi aspetta un viaggio di 13-14 ore in tutto. O meglio un anno e mezzo, sì e no, in tutto. Che faccio, me li taglio i capelli prima di partire o li tengo così lunghi? Per ora è l’unica domanda importante che mi viene in mente.

Comunque sia, visto che parto per Shanghai come recita ormai il mio profilo in “Chi scrive” e rimarrò lì per un po’ di tempo, inauguro una nuova rubrica del sito, per il momento battezzata “ProgettiOriente”. Non so ancora bene cosa ci scriverò, sicuramente è qualcosa che riguarderà l’ambiente e la Cina. Nonostante il blog nascesse per fare collettamento dei progetti che si fanno in Italia, è pur vero che un po’ di scambio male non può che fare con un paese che si affaccia nel globo con una ondata a dir poco imponente. Quindi ben venga la finestrella del blog con un mondo così lontano e così vicino allo stesso tempo.

Potrei parlarvi di quello che si farà nel Master Degree, oppure di cosa combinano in Cina per tutelare l’ambiente, oppure com’è l’ambiente cinese e così via. Vedremo. Nel frattempo, preparo le valigie. Per gli amici ci sarà un blog un po’ più privato per poter parlare con tutti.

A presto…

Autore: Samuele Falcone