L’acqua di Bologna

Il ciclo dell’acqua, il percorso dallo stato liquido a quello solido a quello gassoso e così via è un processo delicato che con il suo casuale equilibrio dona la vita al pianeta e permette le più semplici attività degli esseri umani. Così anche lavare i piatti fa parte del ciclo dell’acqua, come fare il tè e tirare l’acqua. Per un bene come questo le dinamiche sociali sono sempre più compenetrate con quelle biologiche, con condizionamenti vicendevoli marcati dal cambiamento climatico, che risulta essere il più grande disturbatore, insieme all’uomo, del ciclo.

Lo studio qui presentato prende in analisi Bologna, una delle più importanti città italiane, mettendo in luce gli aspetti socioeconomici attraverso il noto schema DPSIR.

I dati raccolti mettono prima in luce i cambiamenti climatici dagli anni ’60 ad oggi, presentati con soluzioni grafiche in riferimento ai dati meteorologici ufficiali, registrando un sensibile aumento dell’evapotraspirazione a fronte di una diminuzione delle precipitazioni, con conseguente inaridimento dell’area. L’area bolognese, dati alla mano, nel 2009 ha fra l’altro subito una precipitazione di 36.462.405.000 metri cubi annui.

Altri dati importanti sono quelli relativi al tasso di estrazione dell’acqua, che nella città provoca il fenomeno della cosiddetta subsidenza, ovvero lo sprofondamento del suolo a causa dell’eccessivo emungimento delle acque sotterranee, che nella città provoca fra le altre cose alcuni danni nel centro storico, sebbene non raggiunga livelli di emergenza simili a quelli di altre città del mondo (per esempio, Shanghai).

Dall’analisi risultano punti di forza per la città la presenza di un clima umido e una forte disponibilità di acqua dal bacino idrografico del Po, dalle cui variazioni però sarà molto dipendente la disponibilità di acqua nel futuro della città . Altri dati positivi sono relativi alla diminuzione del consumo domestico, un ottimo trend non comune a tutte le città italiane, che testimonia la storica responsabilità civica cittadina. Anche relativamente alla qualità dell’acqua, quella della falda bolognese risulta essere di pari rango alle acque in bottiglia, rendendo l’acquisto di queste ultime superfluo per i cittadini. Anche la produzione di energia elettrica a partire dal riutilizzo dei rifiuti di depurazione pone a favore del management locale.

Fra le debolezze si registra una certa pericolosità di inquinamento delle falde con nitrati, anche a causa dell’agricoltura meccanica di larga scala nell’area circostante, dell’inquinamento industriale e della generale urbanizzazione. Legato al fenomeno della subsidenza si sono registrati anche casi locali di rigurgito delle falde, infine il restringimento dei letti dei corsi d’acqua si ricollega a una certa pericolosità di inondazioni in determinate aree della città. Dunque per il futuro le minacce al ciclo idrico di Bologna saranno relative ai crescenti fenomeni di subsidenza e inondazione, nonché problemi alle costruzioni ed eccessiva estrazione, tutti temi interrelati fra loro.

Per leggere i dati nel report completo (in inglese)  è sufficiente scaricarlo al seguente link. Lo studio è stato svolto da Samuele Falcone, Valentina Preti e Xia Wei presso l’International Master Degree in Environmental Assessment and Integrated Management in Urban Areas in corso a Shanghai.

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Per richieste (in caso di espirazione del link) e utilizzo del materiale si prega di contattare gli indirizzi mail samuele.falcone@libero.it o valentina.preti@libero.it

Autore: Samuele Falcone

Lo sviluppo sostenibile…viene giù dai monti!

Negli stessi giorni in cui il vertice che si tiene a pochi passi dalle spiagge di Cancun, sembra smorzare gli entusiasmi anche dei più idealisti, sulla possibilità di affrontare il problema del cambiamento climatico con politiche condivise di scala globale, a Bard, nello splendido forte che sovrasta l’imbocco della Valle d’Aosta, viene lanciata con convinzione una proposta rivoluzionaria: rendere le Alpi energeticamente indipendenti entro il 2050.

L’idea viene da una delle principali associazioni che si occupano dell’arco alpino, la Cipra (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi), ong internazionale abituata ai progetti ambiziosi, considerando che vide la luce nel 1952 con lo scopo di ottenere la stipulazione di un trattato internazionale per un’ampia protezione del territorio alpino, obiettivo raggiunto  nel 1991, con la firma della Convenzione delle Alpi da parte dei ministri degli esteri degli stati alpini. Da allora la Cipra agisce con una duplice strategia: uno sviluppo dall’alto, tramite la Convenzione delle Alpi e uno sviluppo dal basso, con progetti, iniziative e reti di attori locali.

La proposta lanciata a Bard – elaborata nell’ambito di un progetto intitolato cc.alps – cambiamenti climatici: pensare un passo avanti! - consiste proprio nel partire nelle numerose iniziative locali di autosufficienza energetica per creare un’intera macroregione sostenibile nel cuore dell’Europa, sfruttando la vocazione naturale delle Alpi come laboratorio per politiche innovative, la cooperazione e lo sviluppo sostenibile. I principi sui quali si fondano le azioni della Cipra nell’ambito dell’indipendenza energetica delle regioni alpine sono descritti nel compact  “Territori ad autosufficienza energetica” (disponibile sul sito  http://www.cipra.org/it/cc.alps/risultati/compacts), nel quale vengono riportate alcune delle principali buone pratiche in quest’ambito, dal progetto Bolzano città neutrale, al programma per il futuro energetico attuato nel Vorarlberg, la regione più occidentale dell’Austria.

Del resto le terre alte, molto più degli altri territori “sono molto esposte allo squilibrio ecologico provocato dall’uomo o dalla natura e rappresentano le aree più sensibili a qualsiasi cambiamento climatico dell’atmosfera” (Agenda 21, 1992).

Sempre più frequentemente i giornali e le tv raccontano di conflitti e preoccupazioni (non sempre spontanee e genuine) per l’impatto sul territorio degli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili. La fragilità dell’ambiente e del paesaggio alpini e l’attaccamento delle popolazioni montane al proprio territorio rendono indispensabile che qualunque programma, venga realizzato nel rispetto del territorio e con un’ampia condivisione, oltre ad includere una visione strategica onnicomprensiva, come ha dichiarato  Andreas Götz, direttore della Cipra Internazionale: “Non si può solo fare affidamento sulle fonti rinnovabili, ma occorre anche una gestione efficiente e parsimoniosa dell’energia. Inoltre, i progetti di sostenibilità hanno successo solo se godono di un’ampia accettazione”.

 

Per saperne di più: www.cipra.org

 

Autore: Giacomo Pettenati

Il Pianeta ringrazia i vegetariani: per combattere il surriscaldamento globale bisogna ridurre i consumi di carne

Non passa giorno che in televisione o sui giornali non si parli degli effetti negativi del cambiamento climatico in atto. Giorno dopo giorno i media prospettano scenari sempre più cupi e problemi sempre più complessi. Spesso però, nell’affrontare questo discorso, si tende a trascurare un aspetto molto importante: i nostri consumi alimentari. In Italia, il peso in CO2 equivalente della produzione di alimenti è pari al 19% delle emissioni totali di gas serra su scala nazionale, vale a dire 104 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. All’interno dei questo macro settore, la produzione di carne  risulta essere l’attività che provoca il maggior depauperamento delle risorse ambientali. La FAO, nel dossier “Livestock’s long shadow” (2006), stima intorno al 18% le emissioni globali di gas climalteranti causate dal settore zootecnico; percentuale  che supera addirittura il 13,4%  relativo al settore dei trasporti!

Perché produrre carne inquina così tanto? Per capire meglio quanto sia profondo l’impatto  di questo settore bisogna considerare l’intero ciclo di vita del prodotto, “dalla fabbrica alla forchetta”, includendo anche i costi derivanti dalla gestione degli scarti. Secondo il Professor Rajendra K. Pachauri, direttore dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), la produzione di un solo Kg di carne ha dei costi ambientali elevati, sia in termini di emissioni di gas serra che di consumi idrici, energetici e di suolo: si emettono ben 36,4 Kg di anidride carbonica e si rilasciano nell’ambiente sostanze fertilizzanti pari a 340 grammi di anidride solforosa e 59 grammi di fosfati. In pratica, produrre un chilo di carne ha lo stesso impatto ambientale di un’automobile che percorre 250 chilometri!

Oltre all’inquinamento atmosferico, la produzione di carne concorre al consumo sfrenato di suolo: oggi, più della metà delle superfici fertili del globo è destinata alla coltivazione di cereali, semi oleosi e altre colture che servono a supportare la zootecnica industriale. L’allarme è dovuto al fatto che la pressione sulla risorsa suolo cresce al crescere della domanda di carne, la quale aumenta con l’innalzamento del tenore di vita nei paesi in via di sviluppo. Così, per soddisfare un mercato sempre più esigente, ogni anno, si distruggono migliaia di ettari di foresta pluviale per far spazio a nuovi pascoli o a nuovi terreni da coltivare a foraggio. In soli dieci anni (dal 1990 al 2000) l’Amazzonia Brasiliana ha perso un’area di foresta pari a due volte il Portogallo: la stragrande maggioranza di quest’area è diventata pascolo per bovini, per il consumo interno e per l’esportazione in Europa, Giappone, USA. Il tasso annuo di deforestazione ha continuato ad aumentare negli anni successivi, fino ad arrivare al 40% nel 2002. Il problema è che, con lo sfruttamento intensivo, si viene ad innescare un circolo vizioso che degrada l’ambiente sempre di più: in pratica, dopo pochi anni, le aree disboscate vanno incontro a un processo irreversibile di desertificazione che rende necessario abbattere una nuova porzione di foresta.

Dobbiamo considerare poi gli ingenti consumi idrici. Il bestiame utilizza in modo diretto solo l’1,3% dell’acqua usata in totale in agricoltura; tuttavia, se si prende in considerazione anche l’acqua richiesta per la coltivazione dei cereali e del foraggio per uso animale, la quantità d’acqua richiesta è di molto superiore. La FAO ha stimato che per produrre un solo chilo di carne servono all’incirca 15/20 mila litri d’acqua! Un consumo elevatissimo per un’attività che, oltre che prosciugarle, inquina le le falde acquifere attraverso lo scarico delle deiezioni, non vi sembra?

A fronte di questi risultati allarmanti, sono sempre di più i ricercatori che sostengono che per agire in maniera incisiva contro il surriscaldamento globale è necessario diminuire il consumo di carne.  Secondo Robert Goodland e Jeff Anhang, questa misura avrebbe effetti molto più rapidi sulle emissioni di GHG e sull’effetto serra di qualsiasi altra iniziativa promossa per rimpiazzare i combustibili fossili con energia rinnovabile! La campagna è già stata lanciata da Sir Paul McCartney e Rajendra K. Pachauri che, l’autunno scorso, hanno presentato al Parlamento Europeo un’innovativa proposta per salvare il mondo dagli effetti del global warming: “rinunciare a mangiare carne”. Farebbe bene a noi stessi e al clima: è infatti risaputo che una dieta vegetariana ben bilanciata presenta indubbi vantaggi per la salute. Allora, perché non provare almeno a mangiarne di meno? Oltretutto, sappiamo benissimo che l’attuale consumo di proteine animali è di molto superiore al massimo consigliato dall’Istituto Mondiale per gli studi sul Cancro, che consiglia, di non consumare più di 80 grammi al giorno di carne rossa, il che significa 30 kg l’anno al massimo.

Autore: Sara Colombo