Parchi senza frontiere: cooperare per l’ambiente

Un autobus GTT al Parco Urbano di Ouagadougou (Burkina Faso)

Nell’immaginario generale i parchi e le riserve naturali sembrano essere tra le realtà maggiormente ancorate al territorio locale, del quale si fanno protettrici e per il quale intraprendono azioni di tutela e promozione. Sebbene tutto ciò sia vero, non è esclusa, per i parchi, la possibilità di intraprendere relazioni con l’esterno e con realtà anche molto lontane.

Un ottimo esempio di questo tipo di azioni è costituito dalle iniziative promosse dalla “Rete dei Parchi Piemontesi e Saheliani” che dal 1997, affiancata da un gruppo di Ong locali, ha intrapreso una serie di progetti di cooperazione decentrata i quali hanno portato allo sviluppo di una serie di relazioni biunivoche tra aree protette piemontesi e saheliane.

Il progetto può essere classificato all’interno delle attività definite di cooperazione ambientale internazionale, auspicate sin dalla Dichiarazione di Rio de Janeiro e caratterizzate dalla promozione di azioni destinate a conservare e proteggere gli ecosistemi terrestri e marini, nonché a ristabilire la salute e l’integrità degli ambienti degradati, soprattutto nei paesi più a rischio e dotati di minori risorse economiche per intervenire. Nonostante si tratti di un obiettivo primario e condiviso, a parole, da tutti i cosiddetti “grandi della terra”, la cooperazione di tipo ambientale si situa soltanto al 12° posto su 17 settori di intervento individuati dall’OCSE[1] e ordinati in base alla quota di stanziamenti ad essi destinata sotto forma di progetti di cooperazione multilaterale e bilaterale.

È in questo triste quadro che la cooperazione decentrata, ossia quella promossa dagli enti locali, dalle aree protette, dalle università o dalle scuole e che porta allo sviluppo di un rapporto di lungo termine fatto di scambi reciproci tra enti omologhi, può costituire l’alternativa. Alternativa adatta ad affrontare soprattutto problematiche di tipo ambientale e quindi territoriale, poiché portata avanti da attori consapevoli dell’importanza delle reti e delle dinamiche locali, anche all’interno di problematiche globali come può essere la tutela dell’ambiente.

Nel quadro dell’esperienza piemontese ben 8 Parchi Regionali piemontesi sono impegnati istituzionalmente e operativamente con 10 partner a loro omologhi dell’Africa Occidentale e altri 4 sono impegnati in altre aree del mondo. Il progetto di cooperazione decentrata ha avuto fin dall’inizio due obiettivi principali: lo scambio di conoscenze e l’educazione ambientale, accanto ai quali si sono sviluppati via via altri obiettivi legati ai casi specifici delle realtà coinvolte.

Nonostante il successo di questo progetto, dimostrato dalla longevità delle relazioni e dalla numerosità dei progetti finanziati, sono ancora poche le attività di cooperazione promosse dalle Aree Protette italiane. Tuttavia secondo Federparchi, all’interno della quale è stato creato un gruppo di lavoro per la cooperazione internazionale, “cooperare significa andare verso un miglioramento generale delle competenze, agire meglio verso i propri obiettivi istituzionali di tutela dell’ambiente, inteso come bene comune, creare nuove opportunità di sviluppo sostenibile e duraturo, specialmente nei paesi in via di sviluppo, e operare attivamente contro la povertà e a favore della salute. Infine, cooperare serve a sviluppare quella cultura della pace che è divenuta sempre più essenziale. Un parco fa cooperazione internazionale perché tale valore etico è nel suo DNA.”

Autore: Margherita Cisani


[1] Fonte: OECD Stat Extracts, 2008

Green economy italo-cinese

da asianews.it

Vorrei raccontarvi di un interessante seminario al quale ho partecipato a Shanghai, organizzato dalla Tongji University e dalla Regione Emilia-Romagna, rappresentata dal Presidente Errani, con una serie di imprese della regione impegnate in innovazione sui temi della Green Economy. Hanno partecipato anche Confindustria Emilia-Romagna, Monte dei Paschi di Siena e il Ministero dell’Ambiente.

Quello che è emerso, e che già peraltro era noto leggendo varie statistiche per esempio sulle certificazioni ambientali, è che la Regione Emilia-Romagna è quella italiana più avanti nel binomio ambiente-azienda e che ora si sta sforzando di far emergere le proprie eccellenza con processi cooperativi con il colosso cinese in continua ascesa.

Come è stato messo ben in luce dal Professor Li Fengting, professore dell’UNEP presso la Tongji, infatti la Cina è il paese che più sta producendo al mondo ma anche quella che sta soffrendo più di tutti di conseguenza il degrado ambientale.

In particolare l’inquinamento delle acque è quello che sta colpendo tutti i bacini idrografici più importanti. La risorsa idrica in Cina ha già di per sé una distribuzione disomogenea sul territorio, con uno squilibrio in particolare fra Sud più ricco e Nord meno ricco, per cui è richiesto quotidianamente uno spostamento di risorse dalle zone più ricche a quelle più bisognose, dove gli standard di potabilità spesso non sono raggiunti.

Allo stesso tempo è stato però messo in luce dagli altri partecipanti, in particolare dalle istituzioni e dagli imprenditori italiani, come la Cina sia però anche il paese che più di tutti sta investendo per realizzare interventi di riequilibrio nel campo della Green Economy. Tanto che per esempio gli imprenditori notano come sia più semplice fare questo tipo di investimento piuttosto che in Italia in Cina, dove il risultato è visto in maniera più immediata e con una voglia di realizzare interventi di riequilibrio visibili.

I progetti realizzati nel Sino-Italian Campus della Tongji University di Shanghai vanno da una particolare tipologia di micro turbine e micro cogeneratori utilizzabili anche in unità abitative o in condomini, con una possibile diffusione futura soprattutto in suolo cinese; si passa poi a particolare tipologie di veicoli elettrici per lunghe distanze che sfruttano il riscaldamento del motore per produrre nuova energia necessaria al trasporto; molto interessante anche la produzione di energia solare, dove l’ingegno italiano per esempio con i pannelli solari a concentrazione (uno dei quali dà autonomia a un intero Kibbutz) si potrebbe sposare in un futuro non molto lontano con alcune esigenze del territorio cinese.

Confindustria Emilia-Romagna ha stimato che il guadagno per le imprese (di dimensione piccola) che per ora hanno partecipato a questi programmi di scambio tecnologico si aggira intorno ai 30 milioni, in attesa di un’esplosione e di una crescita che potrebbe rivelarsi un grande valore aggiunto.

Cina e Italia quindi sembrano poter andare a braccetto all’insegna dello scambio tecnologico, della realizzazione di un mercato più ampio e nella protezione ambientale, in attesa che il tutto decolli sempre di più in entrambi i Paesi.

Autore: Samuele Falcone

Environment jr: intervista a Margherita Cisani

Ciao Margherita, cosa stai facendo oggi? Stai scrivendo la tua tesi? Se sì, dicci di cosa parla, altrimenti faremo finta che questa domanda non sia mai stata fatta.

Ad essere sincera ho appena finito di fare colazione, sono appena tornata a casa e sto facendo una pausa… sto rispondendo a pezzi! Dunque, la mia tesi si intitola “Aree protette: paesaggio e cogestione”, si tratta di una ricerca su come l’attenzione al paesaggio, in tutte le sue forme e definizioni, possa essere importante all’interno della gestione delle aree protette e nei progetti di cooperazione in campo ambientale. Integrare l’analisi del paesaggio nei processi di ricerca e di analisi di un contesto di intervento significa inoltre considerare, coinvolgere e cercare di comprendere il punto di vista delle persone che un determinato territorio lo vivono, trasformandolo in un paesaggio carico di significati, collettivi e individuali. Per questo motivo il paesaggio e la partecipazione pubblica diventano due aspetti importanti nei processi di gestione e tutela delle risorse naturali.

Cooperazione internazionale, sappiamo che è il tuo geo-mantra. Pensi che lo stato geopolitico attuale dimostri che questa è fallita, oppure che ce ne è un estremo bisogno?

Penso che sia fallita ma che proprio per questo ci sia un estremo bisogno di una cooperazione corretta, attenta, magari anche piccola ma che sia efficace, in altre parole di una cooperazione sostenibile. Sostenibile sotto ogni aspetto: da quello economico a quello ambientale, passando naturalmente per una sostenibilità anche di tipo culturale, che sia cioè maggiormente attenta e aperta ai valori, ai costumi, alle abitudini e in generale alla vita delle popolazioni destinatarie dei progetti, le quali non dovrebbero mai essere attori passivi in questi processi. Credo inoltre che non si debbano dimenticare tutte le varie forme possibili in cui si concretizza la cooperazione, che non corrispondono esclusivamente ai progetti delle Ong o a quelli, purtroppo spesso disastrosi, delle grandi Organizzazioni Internazionali. Vi sono infatti altri modi per ridistribuire equamente le risorse cercando di rimediare agli errori passati, uno fra tutti è la cooperazione decentrata, che si basa sostanzialmente su un rapporto di scambio diretto tra enti omologhi, università del cosiddetto Nord con università del Sud del mondo, comuni con comuni, enti parco con enti parco, e così via. Come in ogni cosa, tuttavia, non mi piace decidere tra nero e bianco, vi sono molti aspetti e sfumature della cooperazione da salvare e che se incentivati e sostenuti possono dare ottimi frutti, mentre ne esistono altri decisamente da abolire.

Raccontaci un po’ della tua esperienza in Africa, dove sei stata? Per quanto tempo?

Sono stata in Burkina Faso per circa due mesi, per approfondire il tema oggetto della tesi analizzando un caso studio. L’occasione fortunata mi è stata fornita dal Dipartimento Interateneo Territorio dell’Università di Torino, grazie al quale sono potuta entrare in un progetto di ricerca dedicato all’analisi della cooperazione tra Aree Protette piemontesi e subsahariane e all’analisi delle diverse rappresentazioni e percezioni della natura. In particolare mi sono concentrata sul caso di un corridoio ecologico in fase di istituzione fra il Parco Nazionale Kaboré Tambi e il Ranch di Nazinga, nel sud del paese. Ho cercato, tramite interviste e ricerche, di raccogliere abbastanza informazioni in modo tale da poter delineare le caratteristiche dei diversi sguardi che contemporaneamente insistono sullo stesso territorio, sullo spazio del corridoio ecologico. Questo mi ha permesso di sperimentare sul campo l’effettiva presenza di numerosi paesaggi, percepiti in modo diverso a seconda dei punti di vista.

È stata un’esperienza significativa per me, sotto molti aspetti; ora sto aspettando di avere abbastanza fondi per poterci tornare e restituire così la tesi conclusa.

Il protocollo di Kyoto permette di realizzare emission credits in Paesi in Via di Sviluppo con progetti di tecnologie pulite a minor costo. Molti sono critici su questa compravendita, tu cosa ne pensi?

Rispondo come sopra: non credo sia facile esprimere un giudizio netto su meccanismi complessi e articolati come questi. Secondo me la creazione di questo tipo di meccanismi è stata sicuramente un’idea innovativa, che ha contribuito a diffondere all’interno dei principali settori produttivi una maggior consapevolezza delle conseguenze, le cosiddette “esternalità negative”, generate dall’emissione di gas climalteranti in atmosfera. Assegnare un valore economico ai beni ambientali, concetto che sta alla base di questi meccanismi, forse non è idealmente corretto, ma permette di dare un’idea della loro importanza, del valore dei servizi che quotidianamente la natura ci offre. L’importante, in questi meccanismi, credo sia la correttezza della loro applicazione, la quale deve mirare ad una netta riduzione senza prevedere troppe scorciatoie e garantendo sanzioni adeguate per i Paesi che non adempiono agli impegni. Inoltre bisogna ricordare che, trattandosi di atmosfera, qualunque fonte di inquinamento o riduzione nelle emissioni genera un effetto globale e non localizzato, per questo ha senso il sistema dello scambio dei crediti, il quale fissa un tetto massimo alle emissioni e permette poi alle imprese di trovare il metodo più economico per ridurle.

Come vedi il tuo futuro lavorativo? Cosa ti piacerebbe fare?

Vedo un futuro piuttosto incerto. Non solo per le circostanze esterne ma anche per la polivalenza degli studi seguiti. Attualmente mi piacerebbe approfondire la conoscenza del mondo delle aree protette, comincerò infatti con uno stage presso il Parco dei Colli di Bergamo. In futuro vorrei cercare di riavvicinarmi alla cooperazione internazionale di tipo ambientale, provando ad esportare l’esperienza piemontese dei “Parchi senza frontiere” anche in altre regioni d’Italia.

Bergamo o Torino?

Ber-rino!

Geografia o Scienze Umane dell’Ambiente?

Assolutamente geografia, sperando un giorno di non dover più rispondere alla domanda “che cos’è?”.

ps: chiedo scusa per il ritardo con cui ho risposto a questa intervista!