(dis)illuminazione

shanghai museum

shanghai museum

 

Nel cuore di Shanghai, People Square, sono raccolti vari musei; tra questi certamente merita una visita lo Shanghai Museum. L’edificio, inaugurato nel 1996, è caratterizzato da una pesante mole e da un’estetica brutalista. La collezione comprende una meravigliosa galleria di sculture della Cina antica, tra cui numerose raffigurazioni di Buddha, collezioni di bronzi, ceramiche e arredi. Vi sono inoltre gallerie dedicate alla pittura e alla calligrafia.

 Opere d’arte a parte, il museo è una “perla” di illuminazione efficiente. Gli ingressi confluiscono in un grande atrio centrale a tutta altezza, coperto da una vetrata, su cui si affacciano scale e corridoi. Dati gli orari di apertura del museo (9 – 17), gli spazi distributivi sono quasi sempre illuminati naturalmente, e l’illuminazione artificiale necessaria è assai ridotta.

La luce dell’atrio contrasta con la penombra (semi-buio) delle sale. I bronzi e le statue sono illuminati con luci interne alle teche, mentre il resto della sala è buia. I rotoli di seta delle pitture sono invece collocati in grandi teche, illuminate da una luce molto tenue; un rilevatore di movimento accende a piena luce solo le teche davanti cui si trovano i visitatori. Questo sistema, per quanto tecnologicamente molto semplice e probabilmente anche poco costoso, è sicuramente efficace in quanto le sale, soprattutto negli orari meno frequentati, rimangono per lungo tempo vuote o semivuote.

 Vale la pena ricordare che, secondo statistiche elaborate dal World Business Council for Sustainable Development, il potenziale risparmio energetico legato al miglioramento dell’efficienza delle tecnologie che utilizziamo quotidianamente è compromesso dal “rebound effect”.

Rebound effect è quel fenomeno per cui la consapevolezza di un risparmio energetico legato allo sviluppo tecnologico induce cambiamenti nei comportamenti e nei modi di utilizzo che comportano un aumento del consumo di energia.

Secondo il WBCSD, il rebound effect compromette il potenziale risparmio energetico del 5–20 % nell’illuminazione e fino al 50 % nel raffrescamento degli ambienti.

 Per quanto migliori l’efficienza energetica delle nostre tecnologie, la lampadina che consuma meno è sempre quella spenta.

Autore: Valentina E. L. Preti

Normative e Marchi di Certificazione per il rendimento energetico e la qualità nell’edilizia in Emilia Romagna

Le fonti non rinnovabili di energia stanno diventando scarse e più costose a livello globale; parallelamente, aumenta l’impatto dell’inquinamento e dei gas serra sulla salute umana e sull’ambiente. Il consumo degli edifici riveste un ruolo importante nella futura prospettiva di miglioramento nell’ambito dell’efficienza energetica e della riduzione delle emissioni inquinanti.

Attualmente gli edifici incidono per circa il 40% sul consumo totale di energia. Le prestazioni energetiche degli edifici sono notevolmente migliorate negli ultimi anni, grazie all’adeguamento delle nuove costruzioni alle normative europee. Tuttavia, aspetti socio-culturali quali l’incremento del numero dei nuclei familiari, benché la popolazione totale sia stabile, e aspetti socio-economici come l’incremento del livello di confort (riscaldamento e raffrescamento) degli ambienti interni, l’aumento delle dimensioni degli alloggi e la crescita del numero di elettrodomestici, portano a prevedere un incremento della domanda di energia nel settore.

L’ottenimento di un elevato rendimento energetico in un edificio richiede, in primo luogo, la riduzione della domanda di energia. Ridurre la domanda di energia significa ridurre le perdite di calore in inverno e gli apporti in estate, attraverso adeguate caratteristiche dell’involucro dell’edificio: pareti, finestre, copertura, basamento. In secondo luogo, l’energia richiesta deve essere fornita da sistemi  (generatori e impianti di distribuzione) aventi elevata efficienza energetica e possibilmente attraverso fonti di energia rinnovabili.

In Italia, dopo il recepimento della normativa europea 2002/91/CE attraverso il Decreto legislativo n. 192/2005 “attuazione della direttiva 2002/91/CE relativa al rendimento energetico nell’edilizia” e il successivo Decreto legislativo n. 311/2006 “Disposizioni correttive ed integrative al decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 192, recante attuazione della direttiva 2002/91/CE, relativa al rendimento energetico nell’edilizia”, progettazione e costruzione secondo criteri orientati al risparmio energetico sono obbligatorie. Alcune Regioni – essendo le tematiche legate all’energia demandate alla amministrazione Regionale – hanno emanato leggi che possono imporre limiti più restrittivi e richiedere più elevati livelli prestazionali.

In Emilia Romagna è in vigore la normativa Regionale 156/2008 “Atto di indirizzo e coordinamento sui requisiti di rendimento energetico e sulle procedure di certificazione energetica degli edifici” e successiva modifica 1362/2010.

Al fine di garantire il rispetto delle normative e la corrispondenza tra progetto e costruzione, è stato introdotto l’obbligo – per gli edifici di nuova costruzione e per alcune categorie di intervento su edifici esistenti – della produzione dell’”attestato di certificazione energetica”.

L’attestato, oltre a garantire il rispetto dei valori limite previsti, serve a certificare a livello commerciale il valore, in termini di rendimento energetico, dell’edificio nel mercato immobiliare. Esso è infatti richiesto anche in caso di compravendita e di locazione di immobili esistenti, senza nessun obbligo di soddisfare limiti prestazionali, al fine di dare alle prestazioni energetiche di un edificio un peso a livello commerciale.

Il consumatore inoltre, tramite l’attestato di certificazione energetica, conosce anticipatamente la stima dei costi di gestione per il condizionamento e la produzione di acqua calda sanitaria.

Già prima che venisse introdotto l’obbligo della certificazione energetica esistevano in Italia marchi di certificazione della qualità del costruito, tra cui il più famoso è probabilmente il marchio CasaClima. Questi marchi sono stati fondamentali nello sviluppo delle buone pratiche nel costruire e nella promozione dell’importanza della sostenibilità energetica. Tuttavia, questi marchi sono spesso basati su procedure di valutazione non conformi a quanto richiesto dalle leggi attualmente in vigore.

In Emilia Romagna sono stati sviluppati alcuni marchi di certificazione il cui rilascio comprende la produzione del certificato secondo la procedura prevista dalla normativa.

Tra questi, il marchio Ecoabita (www.ecoabita.it) è attivo nella zona di Reggio Emilia per incentivare la sperimentazione delle buone pratiche di risparmio energetico e la diffusione della certificazione energetica degli edifici. Ecoabita è un progetto del Comune di Reggio Emilia, della Regione Emilia Romagna, della Provincia di Reggio ed di ACER.

Grazie al marchio Ecoabita nell’area di Reggio Emilia il mercato edilizio è caratterizzato da alta qualità; inoltre la cultura della sostenibilità e della attenzione alle tematiche energetiche è generalmente diffusa. Agli edifici che consentono di raggiungere un particolare risparmio energetico, è assegnata, oltre al certificato energetico che sostituisce il certificato energetico regionale previsto dalla normativa, una targa che rende riconoscibile la qualità costruttiva dell’edificio.

Il marchio Qualicasa, il cui progetto è a cura di CNA Provinciale di Modena, Collegio Imprenditori Edili API Modena, Camera di Commercio di Modena e NuovaQuasco, è invece un marchio multicriteriale che potrà essere rilasciato ad edifici residenziali con caratteristiche di elevata qualità , non solo per quanto riguarda le prestazioni energetiche, ma anche per quanto riguarda il rispetto dell’ambiente (uso di materiali ecocompatibili, corretto uso del suolo), il comfort interno e la sicurezza. Per ognuna delle 4 aree (Casa Energia, Casa Ambiente, Casa Comfort, Casa Sicura) sono previsti 4 livelli prestazionali: Basic (che presuppone il rispetto dei requisiti minimi previsti dalle normative in vigore), Silver, Gold e Gold Plus.

La definizione di un sistema di certificazione dei vari aspetti che contribuiscono a definire la qualità di un edificio è indispensabile, non solo per accrescere la consapevolezza dell’importanza del rispetto dell’ambiente, ma anche per stabilire un legame tra qualità del costruito e valore commerciale, così che tutti gli attori del processo edilizio siano stimolati a perseguire alti livelli prestazionali.

Autore: Valentina Preti

Il nucleare in Italia, qualche informazione

Sono tante le persone che si impegnano infatti ogni giorno e io ne ho conosciute parecchie. Purtroppo però spesso ci si scontra con disinformazione e falsi ideologismi che mettono in disarmante pericolo tanto del lavoro fatto finora. Per questo motivo vi chiedo di fare un po’ di passarola di quanto leggo, con un certo disappunto, sul libro di Milena Gabbanelli intitolato “Ecofollie. Per uno sviluppo (in)sostenibile”. In particolare vi vorrei parlare di un’inchiesta di Sigfrido Ranucci sul nucleare in Italia. Mi sembra doveroso perchè purtroppo alcune cose non sono mai documentate e il livello del dibattito a volte si abbassa tantissimo.

Leggendo quest’inchiesta ho visto un po’ di cose che tutti, secondo me, dovrebbero sapere. Per esempio, spegnere le centrali atomiche ci è costato per ora 20.000 miliardi di Lire, mentre i rifiuti tossici sono tutti lì (28000 metri cubi di rifiuti radioattivi, 150000 altri che deriveranno dagli smantellamenti mai avvenuti di alcune centrali, a cui aggiungiamo 1600 metri cubi annui di rifiuti radioattivi ospedalieri e industriali).

E dove sono queste centrali? Vediamo un po’ la geografia del radioattivo in Italia. La centrale di Caorso attualmente è spenta e ci costa 300 milioni di lire al giorno per personale che guarda il materiale radioattivo mai messo in sicurezza. A Trino Vercellese la popolazione si aspettava sviluppo negli anni sessanta, attualmente è diminuita del 30% e i rifiuti radioattivi sono lì, davanti al Po. Sempre nel vercellese abbiamo le centrali di Saluggio e Avogardo, messe in pericolo da tre alluvioni che ne hanno allagato i locali, facendo sfiorare il mega disastro nel 2000. In provincia di Caserta ci sono 3000 metri cubi di rifiuti nucleari imbustati nella plastica, perchè non sanno dove metterli. In provincia di Matera poi abbiamo delle barre radioattive in delle vasche da qualche decennio: interessavano agli americani, gliele abbiamo fatte, poi non servivano più perchè anti-economiche e ora sono incompatibili con qualsiasi centrale esistente al mondo. Non siamo riusciti mai a trovare un modo e un luogo adatto per smaltire le nostre scorie e andiamo avanti a spendere 1277 lire per ogni kilowattora prodotto per pagare questo disastro economico e ambientale.

Tutte le Regioni sembrano rifiutare la localizzazione delle dieci nuove centrali annunciate. Le quali probabilmente non si faranno mai, anche se la società incaricata per lo smaltimento e smantellamento mai avvenuti a quanto pare negli anni ha “speso più di 673,4 milioni di euro per smontare le parti convenzionali degli impianti. Ha assunto figli, parenti, amici e amanti di politici e di membri del consigio di amministrazione” e poi ha pagato consulenze allo studio Previti e all’ex studio di Tremonti. Ha sponsorizzato perfino la fiera del libro antico organizzata da Marcello dell’Utri. Infine ha pagato smantellamenti di sommergibili…russi.

Ora io dico, a fronte di tutto questo, non potremmo dedicarci a progetti italiani di maggiore successo, visto che abbiamo ancora enormi costi solo per smantellare rifiuti radioattivi vecchi di decenni? Per esempio un comune di 11000 abitanti (Castellarano, in provincia di Reggio Emilia), ha creato un Gruppo d’acquisto per acquistare pannelli solari a minore prezzo: 500 pannelli solari, uno ogni 22 abitanti. Puliti, senza rischi, economici. Vediamo un po’ se tuffarci in questo tipo di cose, o tornare indietro al nucleare. A voi il giudizio. E ai posteri l’ardua sentenza (che non ce ne vogliano).

Autore: Samuele Falcone