Si dice spesso che se si leggessero più libri il mondo sarebbe migliore. Purtroppo questo non è del tutto vero.

La maggior parte dei libri venduti in Italia, infatti, viene realizzata con carta non certificata, spesso proveniente dai paesi del sud-est asiatico, Indonesia in testa, le cui foreste vengono distrutte a ritmi insostenibili per essere trasformate in piantagioni destinate all’industria cartaria.

La denuncia proviene da Greenpeace che ha presentato dal Salone del Libro di Torino i risultati di “Salvaforeste”, un’indagine effettuata tra le case editrici italiane, alle quali è stata chiesta l’origine della carta con la quale vengono fabbricati i loro libri.

A motivare quest’inchiesta, i dati relativi all’importazione di carta dall’Indonesia, che vedono i flussi verso l’Italia aumentare costantemente, facendo del nostro paese il primo importatore europeo di carta indonesiana, proveniente in gran parte da APP (Asian Pulp and Paper), secondo produttore  mondiale di carta, sotto accusa da anni per la distruzione di migliaia di ettari di foresta vergine, traformata in piantagioni industriali.

Secondo Greenpeace dall’inizio delle proprie attività, negli anni Ottanta, APP avrebbe abbattuto un milione di ettari di foreste nella sola isola di Sumatra, con conseguenze facilmente immaginabili sugli ecosistemi locali e sulla produzione globale di Co2.

Tornando alla coscienza ambientale delle case editrici italiani, si constata con amarezza come solo un quarto degli editori interpellati abbiano dichiarato di stampare i propri libri esclusivamente su carta riciclata o proveniente da foreste certificate Fsc (Bompiani, Dindi, Fandango, Foglio Clandestino, Gaffi, Hacca, Lonely Planet, Prospettiva, Edizioni Ambiente, La Coccinella, Marsilio, Chinaski, Fanucci, Fazi). Si nota subito come le principali case editrici non rientrino tra i più virtuosi. Molte di esse hanno dichiarato di non essere in grado di ripercorrere tutta la filiera produttiva dei propri libri, mentre altre – anche dalla linea editoriale progressista e attenta alla sostenibilità – non hanno nemmeno risposto all’indagine di Greenpeace.

La lista completa dei “cattivi” si può trovare su www.greenpeace.it/deforestazionezero.

Autore: Giacomo Pettenati

A distanza di 18 anni dalla Convenzione di Rio, l’Italia finalmente elabora la propria strategia nazionale per la tutela della biodiversità

fonte foto: wwf.it

Nelle scorse settimane è stato avviato il programma di lavoro che porterà l’Italia ad adottare la propria strategia nazionale per la tutela della biodiversità, traducendo finalmente in pratica gli impegni presi nel 1992 con la sottoscrizione della Convenzione Internazionale sulla Diversità Biologica (CBD). In vista della prima Conferenza Nazionale per la Biodiversità, convocata per il 20–22 maggio 2010 presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ha presentato la propria bozza di “Strategia Nazionale per la Biodiversità” che è stata discussa proprio in questi giorni dai diversi attori istituzionali, economici e sociali interessati per arrivare alla definizione di scenari futuri attraverso un percorso condiviso e partecipato. Infatti, per garantire un approccio multidisciplinare alla Conferenza, il Ministero ha deciso di promuovere la più ampia consultazione possibile organizzando, con il supporto di WWF Italia e del Dipartimento di Biologia vegetale dell’Università “La Sapienza”, tre workshop preliminari che si sono svolti a Firenze giovedì 29 aprile, a Padova giovedì 6 maggio e infine a Napoli giovedì 13 maggio. In questi gruppi di lavoro associazioni di categoria, rappresentanti del mondo accademico e scientifico, insieme a esponenti dei settori economici e sociali, hanno confrontato le proprie osservazioni sulla bozza proposta, comparato le principali iniziative messe in campo nel corso degli anni e discusso gli obiettivi strategici per la conservazione della biodiversità in Italia da raggiungere entro il 2020.

L’Italia è uno tra i paesi più ricchi di biodiversità. Se guardiamo al solo patrimonio vegetale il numero di specie presenti in Italia è altissimo: senza considerare Procarioti, Alghe e Funghi, le sole piante vascolari sono 6.759, a cui vanno aggiunte circa 1.100 Briofite (Fonte: Lipu, 2005). Purtroppo oggi stiamo rapidamente perdendo gran parte di questa inestimabile ricchezza sotto la spinta degli incalzanti consumi di suolo e del conseguente degrado degli habitat naturali, delle scelte dell’agricoltura di mercato e per via dei gravi danni prodotti agli ecosistemi dalla della caccia e dal bracconaggio. Infatti anche la diversità faunistica è a repentaglio: come ha più volte segnalato WWF Italia, nei prossimi anni rischiamo di perdere diverse specie animali come l’orso bruno, la lontra, il capovaccaio, l’aquila del Bonelli, la pernice bianca e la gallina prataiola. È necessario che ci rendiamo conto dell’irreversibilità di queste estinzioni a passiamo all’azione.

Sfortunatamente oggi il problema della perdita di varietà biologica non è ancora adeguatamente sentito; un po come non lo era, trenta anni fa, quello del cambiamento  climatico in atto.  Speriamo solo di non dover aspettare così tanto per riconoscere la gravità della situazione attuale. Sicuramente l’adozione di una strategia nazionale è un buon punto di partenza per dare immediata attuazione agli obbiettivi locali, ma non basta. Occorre gettare le basi per un cambiamento culturale che porti alla ribalta questo tema, consentendo di intervenire anche a livello planetario, in quei sistemi (come ad esempio le foreste tropicali o le barriere coralline) che vengono costantemente devastati.

Cambiare mentalità significa anzitutto abbandonare la canonica visione antropocentrica e di natura che da sempre guida le scelte decisionali a livello politico, sociale ed economico: una concezione in cui le risorse del pianeta sono viste come finalizzate all’uomo in funzione prevalentemente utilitaristica e di sfruttamento. La realtà è molto diversa: qualsiasi sistema economico e sociale è parte dell’ecosistema Terra e non potrebbe esistere se non ci fossero le limitate risorse del pianeta a sostenerlo.

Autore: Sara Colombo

Per fare il pallet ci vuole il legno: Palm

Oggi volevo segnalarvi un’azienda molto importante, magari non famosa, magari che non tratta prodotti all’ultima moda, ma che per lungimiranza io trovo straordinaria. Mi è capitato di lavorare con loro diverse volte e non posso esimermi dal diffondere ulteriormente questa esperienza positiva di impresa che si inserisce nel territorio senza derubarlo, anzi valorizzandolo.
Si tratta di Palm, una potenza produttrice di “pallet”, ovvero quei supporti in legno che vengono utilizzati per…”trasportare cose”, noti come “bancali”. Avete idea di quanto legno ogni anno serva per rifornire tutte le imprese italiane?
Solitamente questo legno è preso dall’Europa dell’Est, perché costa di meno, perché si può inquinare di più e per tanti altri motivi.

Palm da anni invece si è impegnata nella certificazione FSC, che abbiamo visto qualche post fa, per prendere legno solo da foreste rigenerate continuamente perché gestite in modo sostenibile. Ma non solo, per farlo ha deciso di non andare a prendere il legno da lontano, ma di utilizzare in modo oculato quello prodotto entro il raggio di 50 km, togliendo l’inquinamento da trasporto. E favorendo l’occupazione degli abitanti del territorio locale e con positivi impatti ambientali, economici e sociali sulla popolazione.
Vi sembra una cosa di poco conto? Immaginate quanti bancali può fare un’azienda fra le prime per volumi in Italia e quanti alberi possono servire.
Uno studio LCA dimostra che il pannello ecologico, fatto coi pioppi mantovani, rispetto a quello tradizionale dimezza le emissioni di anidride carbonica in atmosfera e gli impatti sulla salute umana.

Fra le altre cose Palm ha avuto anche la grande idea di creare Palm Work & Project, una cooperativa gestita da personale disabile e svantaggiato, che fra le altre cose ora commercializza una serie di prodotti divertenti fatti recuperando i bancali: vasi, divani, cassettiere, mobilio e così via.
Ben venga fare pubblicità su questo blog a qualcuno di così tanto avanti, che tutti prendano il buon esempio. Sono queste le vere “persone del fare”!
Il sito di palm è www.greenpallet.it

Ridai la forma giusta al mondo: FSC

credits: worldmapper.org

La carta qui sopra ci fa vedere come viene modificata e storpiata la grandezza dei paesi del mondo su un planisfero, se la loro grandezza anziché essere considerata in km2 è rivista in base alla quantità di deforestazione che questi Stati devono fronteggiare. Come vediamo i paesi occidentali sono bravissimi a gestire le proprie risorse forestali e quasi scompaiono dalla carta (l’Italia è un irriconoscibile scarabocchio) mentre le multinazionali vanno nei paesi più poveri a sfruttare l’ambiente e a distruggere il patrimonio ambientale locale e mondiale.
Esiste però anche un altro modo di trattare le risorse forestali, anche tutelando le popolazioni che le posseggono. E grazie al Forest Stewardship Council ora questo modo di fare è una realtà ben diffusa. FSC si basa su 10 principi di gestione forestale basati sul principio di rigenerazione delle foreste (ovvero, per ogni albero tagliato dovrò assicurare la sua sostituzione nel tempo), e rilascia una certificazione ai produttori di legno, mobili e prodotti in carta sulla provenienza della materia prima.
Il suo successo, al di là della conoscenza fra i consumatori sempre più crescente, è dovuto al fatto che gli stessi produttori hanno compreso come operare alla difesa delle foreste non è solo di interesse collettivo, ma anche di interesse economico personale: le stesse materie prime su cui loro guadagnano hanno bisogno di essere tutelate nel tempo, un tempo di guadagno sempre più ristretto all’aumentare dell’incuria ambientale.
Fra i vari compiti di FSC c’è anche quello di assicurare il rispetto delle popolazioni locali e delle proprietà forestali, nell’interesse di tutti, così da garantire anche la giustizia sociale oltre che quella ambientale.
Qui sotto il marchio FSC che possiamo trovare praticamente a pari prezzo su prodotti in carta di vario tipo (dai quaderni ai tovaglioli e così via) e su ogni prodotto in legno (dalle assi ai mobili). FSC è un’organizzazione no profit che ha fatto della trasparenza il proprio valore aggiunto: rilascia il certificato solo dopo attenti controlli che riguardano tutta la catena di custodia del prodotto in legno.