Environment jr: intervista a Margherita Cisani

Ciao Margherita, cosa stai facendo oggi? Stai scrivendo la tua tesi? Se sì, dicci di cosa parla, altrimenti faremo finta che questa domanda non sia mai stata fatta.

Ad essere sincera ho appena finito di fare colazione, sono appena tornata a casa e sto facendo una pausa… sto rispondendo a pezzi! Dunque, la mia tesi si intitola “Aree protette: paesaggio e cogestione”, si tratta di una ricerca su come l’attenzione al paesaggio, in tutte le sue forme e definizioni, possa essere importante all’interno della gestione delle aree protette e nei progetti di cooperazione in campo ambientale. Integrare l’analisi del paesaggio nei processi di ricerca e di analisi di un contesto di intervento significa inoltre considerare, coinvolgere e cercare di comprendere il punto di vista delle persone che un determinato territorio lo vivono, trasformandolo in un paesaggio carico di significati, collettivi e individuali. Per questo motivo il paesaggio e la partecipazione pubblica diventano due aspetti importanti nei processi di gestione e tutela delle risorse naturali.

Cooperazione internazionale, sappiamo che è il tuo geo-mantra. Pensi che lo stato geopolitico attuale dimostri che questa è fallita, oppure che ce ne è un estremo bisogno?

Penso che sia fallita ma che proprio per questo ci sia un estremo bisogno di una cooperazione corretta, attenta, magari anche piccola ma che sia efficace, in altre parole di una cooperazione sostenibile. Sostenibile sotto ogni aspetto: da quello economico a quello ambientale, passando naturalmente per una sostenibilità anche di tipo culturale, che sia cioè maggiormente attenta e aperta ai valori, ai costumi, alle abitudini e in generale alla vita delle popolazioni destinatarie dei progetti, le quali non dovrebbero mai essere attori passivi in questi processi. Credo inoltre che non si debbano dimenticare tutte le varie forme possibili in cui si concretizza la cooperazione, che non corrispondono esclusivamente ai progetti delle Ong o a quelli, purtroppo spesso disastrosi, delle grandi Organizzazioni Internazionali. Vi sono infatti altri modi per ridistribuire equamente le risorse cercando di rimediare agli errori passati, uno fra tutti è la cooperazione decentrata, che si basa sostanzialmente su un rapporto di scambio diretto tra enti omologhi, università del cosiddetto Nord con università del Sud del mondo, comuni con comuni, enti parco con enti parco, e così via. Come in ogni cosa, tuttavia, non mi piace decidere tra nero e bianco, vi sono molti aspetti e sfumature della cooperazione da salvare e che se incentivati e sostenuti possono dare ottimi frutti, mentre ne esistono altri decisamente da abolire.

Raccontaci un po’ della tua esperienza in Africa, dove sei stata? Per quanto tempo?

Sono stata in Burkina Faso per circa due mesi, per approfondire il tema oggetto della tesi analizzando un caso studio. L’occasione fortunata mi è stata fornita dal Dipartimento Interateneo Territorio dell’Università di Torino, grazie al quale sono potuta entrare in un progetto di ricerca dedicato all’analisi della cooperazione tra Aree Protette piemontesi e subsahariane e all’analisi delle diverse rappresentazioni e percezioni della natura. In particolare mi sono concentrata sul caso di un corridoio ecologico in fase di istituzione fra il Parco Nazionale Kaboré Tambi e il Ranch di Nazinga, nel sud del paese. Ho cercato, tramite interviste e ricerche, di raccogliere abbastanza informazioni in modo tale da poter delineare le caratteristiche dei diversi sguardi che contemporaneamente insistono sullo stesso territorio, sullo spazio del corridoio ecologico. Questo mi ha permesso di sperimentare sul campo l’effettiva presenza di numerosi paesaggi, percepiti in modo diverso a seconda dei punti di vista.

È stata un’esperienza significativa per me, sotto molti aspetti; ora sto aspettando di avere abbastanza fondi per poterci tornare e restituire così la tesi conclusa.

Il protocollo di Kyoto permette di realizzare emission credits in Paesi in Via di Sviluppo con progetti di tecnologie pulite a minor costo. Molti sono critici su questa compravendita, tu cosa ne pensi?

Rispondo come sopra: non credo sia facile esprimere un giudizio netto su meccanismi complessi e articolati come questi. Secondo me la creazione di questo tipo di meccanismi è stata sicuramente un’idea innovativa, che ha contribuito a diffondere all’interno dei principali settori produttivi una maggior consapevolezza delle conseguenze, le cosiddette “esternalità negative”, generate dall’emissione di gas climalteranti in atmosfera. Assegnare un valore economico ai beni ambientali, concetto che sta alla base di questi meccanismi, forse non è idealmente corretto, ma permette di dare un’idea della loro importanza, del valore dei servizi che quotidianamente la natura ci offre. L’importante, in questi meccanismi, credo sia la correttezza della loro applicazione, la quale deve mirare ad una netta riduzione senza prevedere troppe scorciatoie e garantendo sanzioni adeguate per i Paesi che non adempiono agli impegni. Inoltre bisogna ricordare che, trattandosi di atmosfera, qualunque fonte di inquinamento o riduzione nelle emissioni genera un effetto globale e non localizzato, per questo ha senso il sistema dello scambio dei crediti, il quale fissa un tetto massimo alle emissioni e permette poi alle imprese di trovare il metodo più economico per ridurle.

Come vedi il tuo futuro lavorativo? Cosa ti piacerebbe fare?

Vedo un futuro piuttosto incerto. Non solo per le circostanze esterne ma anche per la polivalenza degli studi seguiti. Attualmente mi piacerebbe approfondire la conoscenza del mondo delle aree protette, comincerò infatti con uno stage presso il Parco dei Colli di Bergamo. In futuro vorrei cercare di riavvicinarmi alla cooperazione internazionale di tipo ambientale, provando ad esportare l’esperienza piemontese dei “Parchi senza frontiere” anche in altre regioni d’Italia.

Bergamo o Torino?

Ber-rino!

Geografia o Scienze Umane dell’Ambiente?

Assolutamente geografia, sperando un giorno di non dover più rispondere alla domanda “che cos’è?”.

ps: chiedo scusa per il ritardo con cui ho risposto a questa intervista!

Allarme cemento: ogni giorno scompaiono 100 ettari di suolo

In Italia, ogni giorno, scompaiono 100 ettari di suolo sotto il peso del cemento: una superficie equivalente a 12 piazze del Duomo di Milano! E in Lombardia va anche peggio: nel periodo 1999-2004 il territorio urbanizzato è cresciuto al ritmo di 13 ettari/giorno. In pratica, è come se ogni anno si costruisse una città grande come Brescia (5.000 ettari) e sottraesse un prato grande come tutta Pavia! Questi sono i dati allarmanti che emergono dal primo rapporto dell’Osservatorio Nazionale sul Consumo di Suolo, costituito da INU (Istituto Nazionale di Urbanistica), Legambiente e DiAP del Politecnico di Milano. Il lavoro dell’ONCS nasce dalla presa d’atto  della sostanziale mancanza di conoscenze circa tale rilevantissimo fenomeno. Sembrerebbe assurdo, eppure è così: nonostante il costante consumo di suolo sia uno fenomeno tra i più evidenti ed impattanti del nostro Paese, non esistono, ad oggi, dati certi sulle coperture dei suoli, una leggenda unificata che permetta di comparare i dati, né un programma di lavoro per monitorare il consumo in atto dal quale partire per sviluppare misure di contenimento efficaci.

Con una certa difficoltà nel reperire i dati (su 20 Regioni solo 6 hanno avviato un’attività di ricognizione delle trasformazioni del suolo nel tempo e solo 4 di queste sono state prese in considerazione dall’Osservatorio poiché le uniche a possedere banche-dati storicamente valide), lo staff guidato da Paolo Pileri ha redatto il suo primo rapporto, che è stato presentato a Milano il 7 luglio dell’anno scorso. Lo scenario che emerge da questo studio non è dei più confortanti: tra le regioni prese in considerazione, la Lombardia si impone con 288 mila ettari di superficie urbanizzata; in Emilia Romagna dal 1976 al 2003 il territorio urbanizzato è quasi raddoppiato mentre in Friuli sono stati consumati 6500 ettari di terreno agricolo tra il 1980 e il 2000. Più significativi i dati relativi al consumo pro-capite: il Friuli è al primo posto con 581 mq di cemento per abitante, segue l’Emilia Romagna con 456 mq/ab, la Lombardia con 310 mq pro-capite e chiude il Piemonte con 296 mq/ab. A prima vista il terzo posto potrebbe farci sorridere e pensare che non siamo i peggiori, eppure, se guardiamo i dati relativi al nostro capoluogo, c’è da mettersi le mani nei capelli! A Milano, tra il 1999 e il 2007, l’area urbanizzata è cresciuta di 7242 ettari: una superficie grande come la metà della città stessa! Questo processo inarrestabile cancella quotidianamente 25 mila metri quadrati di suolo che equivalgono, tanto per farci un’idea, ad una volta e mezzo piazza Duomo. Si tratta di superfici irrimediabilmente perse, poiché è difficile che suoli coperti di cemento e asfalto tornino ad essere produttivi. Avete mai visto un parcheggio che diventa un parco pubblico? Il contrario invece è molto più probabile.

Sono decenni che i geografi puntano il dito contro l’inarrestabile espansione dei margini di quella che Francesco Erbani, nel suo libro L’Italia Maltrattata, giustamente chiama “marmellata edilizia”. Purtroppo si sta facendo ancora troppo poco per contrastare queste spinte distruttive che sottraggono quotidianamente una risorsa limitata e difficilmente riproducibile e sgretolano progressivamente gli equilibri paesistico-ambientale della nostra penisola. Le iniziative positive però non mancano. Per far fronte a questa situazione Legambiente e INU hanno deciso di fondare il Centro di Ricerca sui Consumi di Suolo (CRCS): un centro di competenza, elaborazione e divulgazione che, in continuità con l’esperienza maturata in seno all’Osservatorio Nazionale sui Consumi di Suolo, persegue l’obiettivo di ridurre il consumo di suolo e agire in sua tutela attraverso attività di analisi e monitoraggio.

Autore: Sara Colombo

Environment Jr: Intervista a Samuele Falcone

Fonte immagine: giallorenato.it

È giunto il momento di intervistare l’ideatore di questo sito-blog, nonché amico e collega geografo grazie al quale mi ritrovo a collaborare e a scrivere per la prima volta qui.

Samuele, hai alle spalle una Laurea Triennale in Scienze Umane per l’Ambiente e un biennio di Specialistica in Geografia per lo Sviluppo e le Risorse Paesistiche, corsi di laurea decisamente poco conosciuti e molto interdisciplinari; qual è stato nello specifico il tuo percorso? In che modo, e con quali mancanze se vi sono, l’università ti ha permesso di acquisire delle competenze?

All’inizio mi sono fatto attirare da una vocazione paesaggistica e dall’interesse antropologico, così ho scelto Scienze umane dell’ambiente. Dopo ho scoperto che la parte relativa alle politiche ambientali mi interessava altrettanto e che soprattutto poteva darmi la guida non solo per descrivere e conoscere le bellezze ambientali del mondo, ma anche di poter lavorare perché queste potessero mantenersi. E poi mi è sembrato il filone che potevo far diventare anche lavoro, forse. Così dalla specialistica mi sono spostato verso discipline un pochino più “fredde” ma che rendevano più “utili “ quelle più interessanti a cui connetterle (non so se è chiara ‘sta frase, mah!). Per quanto riguarda le mancanze dell’università non saprei, ma mi sembra che in Italia a meno che tu faccia ingegneria, informatica o discipline molto tecnologiche, bisogna arrangiarsi e costruirsi qualcosa da soli. Forse in Italia dovremmo investire di più in cultura e ricerca sul medio-lungo termine, ma non è una novità.

Già prima di conoscerti personalmente la tua fama di blogger e frequentatore di forum ti precedeva, da dove nasce questa volontà di comunicare, divulgare e parlare di ambiente? Come giudichi la qualità della comunicazione ambientale a livello dei mass media principali?
Aahahahah trista fama. Non saprei, diciamo che mi piace comunicare in genere e che può essere un modo per farsi conoscere meglio. O forse ho un animo nerd represso (ma nemmeno tanto). In realtà questo nuovo blog nasce più dalla volontà di condividere con altri le conoscenze, quindi ascoltare, dialogare, commentare, anziché scrivere da solo verso l’esterno. E poi un altro motivo è che proprio mi pare che si parli ancora poco di queste cose, o meglio se ne parla spesso ma a sproposito, con connotati lamentosi e catastrofici, oppure approssimativi e superficiali. Facciamoci sentire!

In passato ti sei occupato di sostenibilità e partecipazione nel tuo comune, Cinisello Balsamo, in particolare nell’ambito del processo di Agenda 21 Locale; che cos’è l’Agenda 21 Locale e quali sono i legami tra la partecipazione dei cittadini e lo sviluppo sostenibile?

Le Pubbliche Amministrazioni in Italia sono sempre viste come delle pompose macchine inaccessibili ai più. Da una parte ci sono i cittadini insospettiti da poche trasparenze, scontenti per burocrazie assurde e numerose lentezze, dall’altra parte gli amministratori e tecnici spesso arroccati e impauriti da una cittadinanza poco collaborativa, aggressiva e a volte ingiustificatamente rabbiosa. Come accade con Agenda 21, il programma ONU per lo sviluppo sostenibile, a livello locale invece è possibile valorizzare le conoscenze di tutti gli attori che compongono un territorio, che sono la risorsa fondamentale su cui investire. E’ sorprendente a volte vedere come il dialogo amministratori-tecnici-cittadini possa produrre cose molto positive per tutti.

A proposito di enti pubblici, attualmente collabori con una società di consulenza che si occupa di progetti di sviluppo sostenibile, cosa possono fare i comuni per dare il buon esempio? Come funziona lo strumento degli Acquisti Verdi?

Gli acquisti verdi (il cd. Green Public Procurement) sono strumenti molto importanti che permettono alle PA di inserire criteri ambientali in bandi e gare d’appalto. Non è una cosa facile e richiede molta conoscenza anche tecnica, dialogo con gli attori, volontà a cambiare le proprie abitudini e coraggio. Peraltro in una tematica molto delicata come quella degli appalti pubblici. Però può essere ben più di una buona pratica: il 14% del PIL europeo è composto da acquisti pubblici, il potere di leva è enorme per cambiare il mercato e salvare l’ambiente, dal momento che le attività produttive e il consumo di prodotti anche se non ce ne rendiamo conto sono le attività più impattanti che esistano.

Tornando a te, alla tua esperienza personale, come stai vivendo il passaggio dall’università al mondo del lavoro? Che consigli daresti a chi non ha ancora affrontato questo momento?

Il classico dilemma del geografo. Il passaggio è stato molto graduale perché per caso all’inizio e per volontà poi mi sono trovato “invischiato” dal terzo anno di università in stage vari, contratti, contrattini, ri-stage etc. Attualmente ho un contratto vero, dopo più di 3 anni di investimenti in buona volontà, che mi permette di vivere autonomamente e lavoro a tempo pieno. Forse il percorso si è allungato un po’, anche se a brevissimo si concluderà, però diciamo che non volevo perdere un treno. Il consiglio è quello di avere molta, molta, molta, molta, molta (molta periodico) pazienza. E poi anche un po’ di intraprendenza, bisogna decidere magari di spostarsi, rischiare e fare un po’ di sacrifici. Ma comunque sia non mi sento affatto arrivato, anzi, quindi consigli da altri sono ben accetti.

Una curiosità: Milano, Torino, Ferrara.. di tutte le città in cui hai vissuto, studiato e lavorato, qual è quella in cui ti sei trovato meglio? E quali sono le caratteristiche che secondo te rendono una città sostenibile, che garantiscono un’elevata qualità della vita?

Ma direi che Torino sicuramente è la migliore, mi piace molto il connubio città-natura che si trova fra le rive del Po, i grandi viali, le luci notturne e poi chiaramente tutti gli amici che ho trovato vivendo per la prima volta fuori casa. Ultimamente sono stato anche a Roma e mi è piaciuta parecchio. Un’altra trasferta estremamente gradevole è stata in Val di Non. Ferrara ha un enorme petrolchimico alle porte della città che inquina l’aria e mette anche un po’ d’ansia, quelli a essere sostenibili sono i ferraresi, eccellenti in comportamenti sostenibili e con un governo della città ammirevole. Per quanto riguarda Milano invece da una parte si fa promotrice dell’innovazione sostenibile, poi si cerca di costruire al parco sud e fare un eliporto al parco nord per viaggi di lusso, cementificando (ma non ci riusciranno, tutti i cittadini del Nord Milano lo impediranno, credo, spero), il miglior parco metropolitano d’Italia e affossando una delle zone più densamente abitate e urbanizzate d’Italia. Però devo dire che i milanesi ultimamente si stanno svegliando, c’è molto fermento e partecipazione sulle tematiche ambientali, finalmente.
In definitiva non ho ancora scelto dove voglio vivere con fissa dimora, non è una cosa che ho in mente di fare a breve termine, anzi.
Forse una città per essere sostenibile deve smettere di costruire perché il tempo è finito, è l’ora del verde e anche dell’embellissemnt, dei piani del colore per l’edilizia, delle commissioni per il paesaggio. Però per essere sostenibile deve offrire anche servizi culturali, formativi e per il tempo libero di un certo livello, altrimenti rimane una scatola vuota.

Personalmente mi trovo spesso in difficoltà quando devo descrivere il ruolo di un laureato in geografia, quando mi chiedono di definire e collocare la figura professionale del geografo; A cosa serve un geografo secondo te? Per quella che è tua esperienza, come reagisce l’ambiente degli “environment senior” alla scesa in campo di queste nuove figure professionali, così poco settoriali e più interdisciplinari?

Mah! Il geografo nella mia tesi è il governatore della complessità moderna, parafrasando Norberto Bobbio il nocchiere che dà la direzione a un mondo spaesato, soprattutto quello in grado di vedere tutte le parti e non solo il singolo pezzetto del puzzle di tutto ciò che è “ambiente”.
Gli environment senior a volte conoscono e ne sono entusiasrti, più spesso non gli importa particolarmente del “nome” quanto sapere quello che sai fare. Per me il geografo deve coltivare la propria eterogeneità di stimoli, patrimonio fondamentale anche per lavorare, perché il mondo del lavoro chiede di sapere un po’ di tutto ed elasticità continua. Allo stesso tempo credo bisogni ritagliarsi un filone, un argomento, un tema che ci interessa più di altri e svilupparlo all’interno di tutte le discipline che conosciamo, così si riesce davvero a dare un valore aggiunto rispetto agli altri al proprio lavoro, e il risultato alla fine è premiato. Non è una cosa sempre facile da fare peraltro, questo è vero.

Ultima domanda: Ti piace questo blog?

Ahahah vediamo come va

Intervistatore: Margherita Cisani

Intervista a Giacomo Pettenati

Fonte foto: Icsmazzini.it

Riprendiamo finalmente la rubrica dedicata alle interviste. Ora tocca a Giacomo Pettenati, milanese geografo trapiantato temporaneamente a Torino, che ha seguito percorsi vicini allo sviluppo locale e alla valorizzazione culturale del territorio, e che segue con interesse le tematiche maggiormente legate alla montagna.

Ci racconti qualcosa del tuo lavoro presso il Coordinamento Donne di Montagna?
Sappiamo che hai scritto un libro, di cosa si tratta?

In realtà non ho proprio lavorato presso il Coordinamento Donne di Montagna, ho solo collaborato con alcune di loro, che gestiscono una biblioteca tematica in una splendida borgata in alta Val Maira, il Preit di Canosio.
Abbiamo scritto un libro che racconta la storia de “Il vento fa il suo giro”. Si tratta di un film indipendente girato da Giorgio Diritti proprio in Val Maira, con pochissimi soldi, con attori non professionisti e che nonostante ciò ha avuto grande successo in tutta Europa. Nel nostro libro cerchiamo di raccontare quello che il film ha lasciato in valle e quello che ha ricevuto da essa.

Valorizzazione culturale e sviluppo sostenibile. Come coniugheresti i due paradigmi?
Lo sviluppo per essere sostenibile non può fare a meno del patrimonio culturale locale, che oggi è minacciato dall’omologazione portata dalla società del consumo esasperato, superficiale e veloce. Inutile dire che le televisioni commerciali sono state lo strumento principale per costruire una società basata su finti bisogni che si finge di soddisfare passeggiando per i centri commerciali.
Al momento sto facendo un tirocinio in una società che si occupa di progetti di sviluppo locale, soprattutto nelle aree rurali e montane. Anche qui ho avuto la conferma che il patrimonio culturale è uno dei pilastri da tenere presenti quando si pensa allo sviluppo futuro di un territorio.

Sei andato al coordinamento Donne di Montagna nella speranza di trovare una fidanzata? Sei rimasto deluso vedendo che non eri il primo uomo a collaborare con loro?
Ah è un’intervista per Novella 2000? Non avevo capito, pensavo fosse un blog.

Ahahaha. Un po’ di pepe, e ogni intervista ha avuto la “domanda stupida”. Noto che non ha risposto. Soprassediamo. Le aree marginali hanno spesso una forte valenza ambientale. Come possiamo fare, secondo te, a dare a queste aree possibilità di sviluppo economico più vicine ai ritmi urbani e allo stesso tempo evitare che il territorio venga martoriato?
È molto difficile. Secondo me le aree marginali per avere un futuro devono essere connesse alla città. Questa connessione ovviamente non deve essere necessariamente fisica, le infrastrutture telematiche rappresentano il futuro delle aree marginali.
Molte di esse sono spopolate e per evitare l’abbandono bisogna fare in modo che qualcuno ci torni ad abitare. Alcuni possono essere professionisti che si dividono tra la città e la campagna. Ma al giorno d’oggi, anche chi fa il contadino ha bisogno di continui scambi materiali e culturali con le aree urbane, non è pensabile che un giovane viva in montagna senza contatti con l’esterno, come succedeva 100 anni fa.

Ti piace questo blog?
Ah allora avevo ragione, è un blog, non Novella 2000….

Sì, ok. Laurea triennale, presa. Laurea specialistica, presa. Come pensi di muoverti nel futuro? Che lavori ti piacerebbero?
Mi sono laureato in Scienze umane per l’ambiente, il territorio e il paesaggio all’università di Milano, con una tesi sul rilancio dei piccoli comuni.
Dopo un troppo breve stage all’Istituto Italiano di Cultura di New York e un po’ di lavoro come giornalista, mi sono iscritto alla specialistica in Geografia per lo sviluppo e le risorse paesistiche all’università di Torino. Tesi sui nuovi abitanti delle Alpi.
Ora continuo a fare delle collaborazioni come giornalista e sto facendo un tirocinio presso la società di sviluppo locale di cui parlavo.
Per il futuro? Consulente, giornalista, ricercatore, viaggiatore, contadino, mantenuto, eremita, ….chissà. O magari anche barista, calciatore, ballerino, fabbro, elettrauto, il futuro può riservare grandi sorprese…