Environment jr: intervista a Margherita Cisani

Ciao Margherita, cosa stai facendo oggi? Stai scrivendo la tua tesi? Se sì, dicci di cosa parla, altrimenti faremo finta che questa domanda non sia mai stata fatta.

Ad essere sincera ho appena finito di fare colazione, sono appena tornata a casa e sto facendo una pausa… sto rispondendo a pezzi! Dunque, la mia tesi si intitola “Aree protette: paesaggio e cogestione”, si tratta di una ricerca su come l’attenzione al paesaggio, in tutte le sue forme e definizioni, possa essere importante all’interno della gestione delle aree protette e nei progetti di cooperazione in campo ambientale. Integrare l’analisi del paesaggio nei processi di ricerca e di analisi di un contesto di intervento significa inoltre considerare, coinvolgere e cercare di comprendere il punto di vista delle persone che un determinato territorio lo vivono, trasformandolo in un paesaggio carico di significati, collettivi e individuali. Per questo motivo il paesaggio e la partecipazione pubblica diventano due aspetti importanti nei processi di gestione e tutela delle risorse naturali.

Cooperazione internazionale, sappiamo che è il tuo geo-mantra. Pensi che lo stato geopolitico attuale dimostri che questa è fallita, oppure che ce ne è un estremo bisogno?

Penso che sia fallita ma che proprio per questo ci sia un estremo bisogno di una cooperazione corretta, attenta, magari anche piccola ma che sia efficace, in altre parole di una cooperazione sostenibile. Sostenibile sotto ogni aspetto: da quello economico a quello ambientale, passando naturalmente per una sostenibilità anche di tipo culturale, che sia cioè maggiormente attenta e aperta ai valori, ai costumi, alle abitudini e in generale alla vita delle popolazioni destinatarie dei progetti, le quali non dovrebbero mai essere attori passivi in questi processi. Credo inoltre che non si debbano dimenticare tutte le varie forme possibili in cui si concretizza la cooperazione, che non corrispondono esclusivamente ai progetti delle Ong o a quelli, purtroppo spesso disastrosi, delle grandi Organizzazioni Internazionali. Vi sono infatti altri modi per ridistribuire equamente le risorse cercando di rimediare agli errori passati, uno fra tutti è la cooperazione decentrata, che si basa sostanzialmente su un rapporto di scambio diretto tra enti omologhi, università del cosiddetto Nord con università del Sud del mondo, comuni con comuni, enti parco con enti parco, e così via. Come in ogni cosa, tuttavia, non mi piace decidere tra nero e bianco, vi sono molti aspetti e sfumature della cooperazione da salvare e che se incentivati e sostenuti possono dare ottimi frutti, mentre ne esistono altri decisamente da abolire.

Raccontaci un po’ della tua esperienza in Africa, dove sei stata? Per quanto tempo?

Sono stata in Burkina Faso per circa due mesi, per approfondire il tema oggetto della tesi analizzando un caso studio. L’occasione fortunata mi è stata fornita dal Dipartimento Interateneo Territorio dell’Università di Torino, grazie al quale sono potuta entrare in un progetto di ricerca dedicato all’analisi della cooperazione tra Aree Protette piemontesi e subsahariane e all’analisi delle diverse rappresentazioni e percezioni della natura. In particolare mi sono concentrata sul caso di un corridoio ecologico in fase di istituzione fra il Parco Nazionale Kaboré Tambi e il Ranch di Nazinga, nel sud del paese. Ho cercato, tramite interviste e ricerche, di raccogliere abbastanza informazioni in modo tale da poter delineare le caratteristiche dei diversi sguardi che contemporaneamente insistono sullo stesso territorio, sullo spazio del corridoio ecologico. Questo mi ha permesso di sperimentare sul campo l’effettiva presenza di numerosi paesaggi, percepiti in modo diverso a seconda dei punti di vista.

È stata un’esperienza significativa per me, sotto molti aspetti; ora sto aspettando di avere abbastanza fondi per poterci tornare e restituire così la tesi conclusa.

Il protocollo di Kyoto permette di realizzare emission credits in Paesi in Via di Sviluppo con progetti di tecnologie pulite a minor costo. Molti sono critici su questa compravendita, tu cosa ne pensi?

Rispondo come sopra: non credo sia facile esprimere un giudizio netto su meccanismi complessi e articolati come questi. Secondo me la creazione di questo tipo di meccanismi è stata sicuramente un’idea innovativa, che ha contribuito a diffondere all’interno dei principali settori produttivi una maggior consapevolezza delle conseguenze, le cosiddette “esternalità negative”, generate dall’emissione di gas climalteranti in atmosfera. Assegnare un valore economico ai beni ambientali, concetto che sta alla base di questi meccanismi, forse non è idealmente corretto, ma permette di dare un’idea della loro importanza, del valore dei servizi che quotidianamente la natura ci offre. L’importante, in questi meccanismi, credo sia la correttezza della loro applicazione, la quale deve mirare ad una netta riduzione senza prevedere troppe scorciatoie e garantendo sanzioni adeguate per i Paesi che non adempiono agli impegni. Inoltre bisogna ricordare che, trattandosi di atmosfera, qualunque fonte di inquinamento o riduzione nelle emissioni genera un effetto globale e non localizzato, per questo ha senso il sistema dello scambio dei crediti, il quale fissa un tetto massimo alle emissioni e permette poi alle imprese di trovare il metodo più economico per ridurle.

Come vedi il tuo futuro lavorativo? Cosa ti piacerebbe fare?

Vedo un futuro piuttosto incerto. Non solo per le circostanze esterne ma anche per la polivalenza degli studi seguiti. Attualmente mi piacerebbe approfondire la conoscenza del mondo delle aree protette, comincerò infatti con uno stage presso il Parco dei Colli di Bergamo. In futuro vorrei cercare di riavvicinarmi alla cooperazione internazionale di tipo ambientale, provando ad esportare l’esperienza piemontese dei “Parchi senza frontiere” anche in altre regioni d’Italia.

Bergamo o Torino?

Ber-rino!

Geografia o Scienze Umane dell’Ambiente?

Assolutamente geografia, sperando un giorno di non dover più rispondere alla domanda “che cos’è?”.

ps: chiedo scusa per il ritardo con cui ho risposto a questa intervista!

Environment Jr: Intervista a Samuele Falcone

Fonte immagine: giallorenato.it

È giunto il momento di intervistare l’ideatore di questo sito-blog, nonché amico e collega geografo grazie al quale mi ritrovo a collaborare e a scrivere per la prima volta qui.

Samuele, hai alle spalle una Laurea Triennale in Scienze Umane per l’Ambiente e un biennio di Specialistica in Geografia per lo Sviluppo e le Risorse Paesistiche, corsi di laurea decisamente poco conosciuti e molto interdisciplinari; qual è stato nello specifico il tuo percorso? In che modo, e con quali mancanze se vi sono, l’università ti ha permesso di acquisire delle competenze?

All’inizio mi sono fatto attirare da una vocazione paesaggistica e dall’interesse antropologico, così ho scelto Scienze umane dell’ambiente. Dopo ho scoperto che la parte relativa alle politiche ambientali mi interessava altrettanto e che soprattutto poteva darmi la guida non solo per descrivere e conoscere le bellezze ambientali del mondo, ma anche di poter lavorare perché queste potessero mantenersi. E poi mi è sembrato il filone che potevo far diventare anche lavoro, forse. Così dalla specialistica mi sono spostato verso discipline un pochino più “fredde” ma che rendevano più “utili “ quelle più interessanti a cui connetterle (non so se è chiara ‘sta frase, mah!). Per quanto riguarda le mancanze dell’università non saprei, ma mi sembra che in Italia a meno che tu faccia ingegneria, informatica o discipline molto tecnologiche, bisogna arrangiarsi e costruirsi qualcosa da soli. Forse in Italia dovremmo investire di più in cultura e ricerca sul medio-lungo termine, ma non è una novità.

Già prima di conoscerti personalmente la tua fama di blogger e frequentatore di forum ti precedeva, da dove nasce questa volontà di comunicare, divulgare e parlare di ambiente? Come giudichi la qualità della comunicazione ambientale a livello dei mass media principali?
Aahahahah trista fama. Non saprei, diciamo che mi piace comunicare in genere e che può essere un modo per farsi conoscere meglio. O forse ho un animo nerd represso (ma nemmeno tanto). In realtà questo nuovo blog nasce più dalla volontà di condividere con altri le conoscenze, quindi ascoltare, dialogare, commentare, anziché scrivere da solo verso l’esterno. E poi un altro motivo è che proprio mi pare che si parli ancora poco di queste cose, o meglio se ne parla spesso ma a sproposito, con connotati lamentosi e catastrofici, oppure approssimativi e superficiali. Facciamoci sentire!

In passato ti sei occupato di sostenibilità e partecipazione nel tuo comune, Cinisello Balsamo, in particolare nell’ambito del processo di Agenda 21 Locale; che cos’è l’Agenda 21 Locale e quali sono i legami tra la partecipazione dei cittadini e lo sviluppo sostenibile?

Le Pubbliche Amministrazioni in Italia sono sempre viste come delle pompose macchine inaccessibili ai più. Da una parte ci sono i cittadini insospettiti da poche trasparenze, scontenti per burocrazie assurde e numerose lentezze, dall’altra parte gli amministratori e tecnici spesso arroccati e impauriti da una cittadinanza poco collaborativa, aggressiva e a volte ingiustificatamente rabbiosa. Come accade con Agenda 21, il programma ONU per lo sviluppo sostenibile, a livello locale invece è possibile valorizzare le conoscenze di tutti gli attori che compongono un territorio, che sono la risorsa fondamentale su cui investire. E’ sorprendente a volte vedere come il dialogo amministratori-tecnici-cittadini possa produrre cose molto positive per tutti.

A proposito di enti pubblici, attualmente collabori con una società di consulenza che si occupa di progetti di sviluppo sostenibile, cosa possono fare i comuni per dare il buon esempio? Come funziona lo strumento degli Acquisti Verdi?

Gli acquisti verdi (il cd. Green Public Procurement) sono strumenti molto importanti che permettono alle PA di inserire criteri ambientali in bandi e gare d’appalto. Non è una cosa facile e richiede molta conoscenza anche tecnica, dialogo con gli attori, volontà a cambiare le proprie abitudini e coraggio. Peraltro in una tematica molto delicata come quella degli appalti pubblici. Però può essere ben più di una buona pratica: il 14% del PIL europeo è composto da acquisti pubblici, il potere di leva è enorme per cambiare il mercato e salvare l’ambiente, dal momento che le attività produttive e il consumo di prodotti anche se non ce ne rendiamo conto sono le attività più impattanti che esistano.

Tornando a te, alla tua esperienza personale, come stai vivendo il passaggio dall’università al mondo del lavoro? Che consigli daresti a chi non ha ancora affrontato questo momento?

Il classico dilemma del geografo. Il passaggio è stato molto graduale perché per caso all’inizio e per volontà poi mi sono trovato “invischiato” dal terzo anno di università in stage vari, contratti, contrattini, ri-stage etc. Attualmente ho un contratto vero, dopo più di 3 anni di investimenti in buona volontà, che mi permette di vivere autonomamente e lavoro a tempo pieno. Forse il percorso si è allungato un po’, anche se a brevissimo si concluderà, però diciamo che non volevo perdere un treno. Il consiglio è quello di avere molta, molta, molta, molta, molta (molta periodico) pazienza. E poi anche un po’ di intraprendenza, bisogna decidere magari di spostarsi, rischiare e fare un po’ di sacrifici. Ma comunque sia non mi sento affatto arrivato, anzi, quindi consigli da altri sono ben accetti.

Una curiosità: Milano, Torino, Ferrara.. di tutte le città in cui hai vissuto, studiato e lavorato, qual è quella in cui ti sei trovato meglio? E quali sono le caratteristiche che secondo te rendono una città sostenibile, che garantiscono un’elevata qualità della vita?

Ma direi che Torino sicuramente è la migliore, mi piace molto il connubio città-natura che si trova fra le rive del Po, i grandi viali, le luci notturne e poi chiaramente tutti gli amici che ho trovato vivendo per la prima volta fuori casa. Ultimamente sono stato anche a Roma e mi è piaciuta parecchio. Un’altra trasferta estremamente gradevole è stata in Val di Non. Ferrara ha un enorme petrolchimico alle porte della città che inquina l’aria e mette anche un po’ d’ansia, quelli a essere sostenibili sono i ferraresi, eccellenti in comportamenti sostenibili e con un governo della città ammirevole. Per quanto riguarda Milano invece da una parte si fa promotrice dell’innovazione sostenibile, poi si cerca di costruire al parco sud e fare un eliporto al parco nord per viaggi di lusso, cementificando (ma non ci riusciranno, tutti i cittadini del Nord Milano lo impediranno, credo, spero), il miglior parco metropolitano d’Italia e affossando una delle zone più densamente abitate e urbanizzate d’Italia. Però devo dire che i milanesi ultimamente si stanno svegliando, c’è molto fermento e partecipazione sulle tematiche ambientali, finalmente.
In definitiva non ho ancora scelto dove voglio vivere con fissa dimora, non è una cosa che ho in mente di fare a breve termine, anzi.
Forse una città per essere sostenibile deve smettere di costruire perché il tempo è finito, è l’ora del verde e anche dell’embellissemnt, dei piani del colore per l’edilizia, delle commissioni per il paesaggio. Però per essere sostenibile deve offrire anche servizi culturali, formativi e per il tempo libero di un certo livello, altrimenti rimane una scatola vuota.

Personalmente mi trovo spesso in difficoltà quando devo descrivere il ruolo di un laureato in geografia, quando mi chiedono di definire e collocare la figura professionale del geografo; A cosa serve un geografo secondo te? Per quella che è tua esperienza, come reagisce l’ambiente degli “environment senior” alla scesa in campo di queste nuove figure professionali, così poco settoriali e più interdisciplinari?

Mah! Il geografo nella mia tesi è il governatore della complessità moderna, parafrasando Norberto Bobbio il nocchiere che dà la direzione a un mondo spaesato, soprattutto quello in grado di vedere tutte le parti e non solo il singolo pezzetto del puzzle di tutto ciò che è “ambiente”.
Gli environment senior a volte conoscono e ne sono entusiasrti, più spesso non gli importa particolarmente del “nome” quanto sapere quello che sai fare. Per me il geografo deve coltivare la propria eterogeneità di stimoli, patrimonio fondamentale anche per lavorare, perché il mondo del lavoro chiede di sapere un po’ di tutto ed elasticità continua. Allo stesso tempo credo bisogni ritagliarsi un filone, un argomento, un tema che ci interessa più di altri e svilupparlo all’interno di tutte le discipline che conosciamo, così si riesce davvero a dare un valore aggiunto rispetto agli altri al proprio lavoro, e il risultato alla fine è premiato. Non è una cosa sempre facile da fare peraltro, questo è vero.

Ultima domanda: Ti piace questo blog?

Ahahah vediamo come va

Intervistatore: Margherita Cisani

Intervista a Giacomo Pettenati

Fonte foto: Icsmazzini.it

Riprendiamo finalmente la rubrica dedicata alle interviste. Ora tocca a Giacomo Pettenati, milanese geografo trapiantato temporaneamente a Torino, che ha seguito percorsi vicini allo sviluppo locale e alla valorizzazione culturale del territorio, e che segue con interesse le tematiche maggiormente legate alla montagna.

Ci racconti qualcosa del tuo lavoro presso il Coordinamento Donne di Montagna?
Sappiamo che hai scritto un libro, di cosa si tratta?

In realtà non ho proprio lavorato presso il Coordinamento Donne di Montagna, ho solo collaborato con alcune di loro, che gestiscono una biblioteca tematica in una splendida borgata in alta Val Maira, il Preit di Canosio.
Abbiamo scritto un libro che racconta la storia de “Il vento fa il suo giro”. Si tratta di un film indipendente girato da Giorgio Diritti proprio in Val Maira, con pochissimi soldi, con attori non professionisti e che nonostante ciò ha avuto grande successo in tutta Europa. Nel nostro libro cerchiamo di raccontare quello che il film ha lasciato in valle e quello che ha ricevuto da essa.

Valorizzazione culturale e sviluppo sostenibile. Come coniugheresti i due paradigmi?
Lo sviluppo per essere sostenibile non può fare a meno del patrimonio culturale locale, che oggi è minacciato dall’omologazione portata dalla società del consumo esasperato, superficiale e veloce. Inutile dire che le televisioni commerciali sono state lo strumento principale per costruire una società basata su finti bisogni che si finge di soddisfare passeggiando per i centri commerciali.
Al momento sto facendo un tirocinio in una società che si occupa di progetti di sviluppo locale, soprattutto nelle aree rurali e montane. Anche qui ho avuto la conferma che il patrimonio culturale è uno dei pilastri da tenere presenti quando si pensa allo sviluppo futuro di un territorio.

Sei andato al coordinamento Donne di Montagna nella speranza di trovare una fidanzata? Sei rimasto deluso vedendo che non eri il primo uomo a collaborare con loro?
Ah è un’intervista per Novella 2000? Non avevo capito, pensavo fosse un blog.

Ahahaha. Un po’ di pepe, e ogni intervista ha avuto la “domanda stupida”. Noto che non ha risposto. Soprassediamo. Le aree marginali hanno spesso una forte valenza ambientale. Come possiamo fare, secondo te, a dare a queste aree possibilità di sviluppo economico più vicine ai ritmi urbani e allo stesso tempo evitare che il territorio venga martoriato?
È molto difficile. Secondo me le aree marginali per avere un futuro devono essere connesse alla città. Questa connessione ovviamente non deve essere necessariamente fisica, le infrastrutture telematiche rappresentano il futuro delle aree marginali.
Molte di esse sono spopolate e per evitare l’abbandono bisogna fare in modo che qualcuno ci torni ad abitare. Alcuni possono essere professionisti che si dividono tra la città e la campagna. Ma al giorno d’oggi, anche chi fa il contadino ha bisogno di continui scambi materiali e culturali con le aree urbane, non è pensabile che un giovane viva in montagna senza contatti con l’esterno, come succedeva 100 anni fa.

Ti piace questo blog?
Ah allora avevo ragione, è un blog, non Novella 2000….

Sì, ok. Laurea triennale, presa. Laurea specialistica, presa. Come pensi di muoverti nel futuro? Che lavori ti piacerebbero?
Mi sono laureato in Scienze umane per l’ambiente, il territorio e il paesaggio all’università di Milano, con una tesi sul rilancio dei piccoli comuni.
Dopo un troppo breve stage all’Istituto Italiano di Cultura di New York e un po’ di lavoro come giornalista, mi sono iscritto alla specialistica in Geografia per lo sviluppo e le risorse paesistiche all’università di Torino. Tesi sui nuovi abitanti delle Alpi.
Ora continuo a fare delle collaborazioni come giornalista e sto facendo un tirocinio presso la società di sviluppo locale di cui parlavo.
Per il futuro? Consulente, giornalista, ricercatore, viaggiatore, contadino, mantenuto, eremita, ….chissà. O magari anche barista, calciatore, ballerino, fabbro, elettrauto, il futuro può riservare grandi sorprese…

Environment Jr.: intervista a Elizabeth Porporato

Eccoci al secondo appuntamento di Environment Jr! Oggi intervistiamo Elizabeth Porporato, laureata a Torino nel corso di laurea specialistica in Economia delle Istituzioni dell’Ambiente e del Territorio. Elizabeth ci parla della sua fruttuosa esperienza in terra francese, al lavoro su ambiente e imprese.

1) Ciao Elizabeth, ci riassumi brevemente di che cosa si occupa ID Conseils, la società che ti ha ospitata in Francia per il tuo tirocinio?

Allora, la società ID Conseils si occupa di consulenza nel campo del management ambientale per le aziende e gli enti pubblici. Si tratta di una piccola società presente a Parigi e a Dijon, composta prevalentemente da esperti in ingegneria, sistemi di gestione, animazione e mobilitazione degli agenti. Essa viene contattata dagli enti che intendono mettere in pratica un sistema di management ambientale (prevalentemente ISO 14001 ed EMAS), si occupa quindi della diagnosi del contesto, della mobilitazione delle imprese e del personale, degli studi di fattibilità. Ed in conclusione del lavoro presenta un rapporto con le raccomandazioni ed i passi da seguire per ottenere dei buoni risultati.

2) Come mai sei andata in Francia? Per il vino o per il formaggio?

Beh magari per i vino sì… Sono stata a Parigi per 9 mesi, nel quadro di un programma di Laurea Binazionale tra la Facoltà di Economia di Torino, in cui sono iscritta al Corso di Laurea Specialistica in Economia delle Istituzioni, dell’Ambiente e del Territorio, e l’Université Paris 12 Val de Marne. Il mio piano di studi prevedeva la realizzazione di uno stage di 3 mesi a Parigi.

3) In che cosa consisteva prevalentemente il tuo lavoro?

La mia missione era la seguente: projet manager per l’identificazione degli secenari possibili nella costituzione di una rete europea di parchi tecnologici ed industriali per lo scambio di best practices relative al management ambientale. La missione si è svolta prevalentemente presso la sede di un cliente, Communauté d’Agglomération Plaine Commune (93 – Francia), sul cui territorio è localizzata un’area industriale di cui si voleva migliorare l’impatto ambientale.
Tale progetto si è quindi sviluppato attraverso lo studio di casi di management ambientale e di applicazione dei principi di ecologia industriale a livello internazionale (benchmarking), incontri con agenzie esperte nel campo ambientale localizzate a Parigi, visita della zona industriale in oggetto e dell’Environment Park (Torino), contatti con i parchi interessati a creare la rete a livello europeo (Spagna, Romania, Belgio…), partecipazione alle riunioni delle imprese localizzate sull’area industriale in oggetto, stesura di un rapporto finale.

4) Quali sono, alla luce delle tue esperienze, le differenze fra le opportunità in campo ambientale nel mercato del lavoro italiano rispetto a quello francese?

Premesso che non conosco bene il mercato del lavoro italiano nel campo ambientale perchè non ho avuto esperienze lavorative simili a quella francese in Italia. Per quanto riguarda la Francia, soprattutto nel campo dell’ecologia industriale, ho notato un buono slancio delle agenzie regionali e nazionali esperte in campo ambientale. L’Agence Nationale de la Recherche (ANR), l’ADEME (agence de l’environnement et de la maitrise de l’énergie), l’ARENE (agence régionale de l’environnement et des nouvelles énergies) prevedono consulenza gratuita e dei fondi a sostegno di progetti. Inoltre sembra che il Governo, attraverso la politica ambientale “Grenelle” (2007), voglia agire in campo ambientale. Ma i tempi sono ancora prematuri per stilare un bilancio dei risultati.

5) Ti piace questo blog?

Certo che mi piace il blog! Penso che diffondere informazione e strumenti di confronto sulle tematiche ambientali in ambito universitario sia davvero interessante e fruttuoso. Nel 2008, con il supporto di MSOI-Torino (Movimento Studentesco per l’Organizzazione Internazionale), io ed un’altra ragazza organizzammo un cliclo di conferenze sull’ambiente (climatologia, diritto internazionale sui danni ambientali, economia, ingegneria energetica, interventi regionali ed universitari in campo energetico…) dedicato agli studenti di UNITO (e non solo) interessati. Ci fu un buon successo di pubblico e ne venne fuori un buon dibattito, penso di non essere la sola ad aver imparato molto da quelle conferenze.

6) Quale pensi sia il metodo migliore a disposizione degli enti pubblici per intervenire nel settore delle imprese (sempre in campo ambientale)?

Beh già il fatto che si impegnino ad agire è un grande passo… A parte questo, spesso gli enti pubblici agiscono solo per mostrare ai cittadini il loro impegno, senza poi prevedere azioni realmente utili all’ambiente. Prima di tutto gli enti pubblici devono fissare una politica ambientale di lungo periodo che sia in grado di superare i cambiamenti nelle amministrazioni e preveda azioni di breve termine coerenti. Inoltre devono implicare tutti i settori dell’amministrazione, attraverso politiche transdisciplinari, è inutile che un settore “costruisca” e l’atro “distrugga”. Penso che le prime azioni che gli enti pubblici dovrebbero portare avanti riguardino l’efficienza energetica, la mobilitazione dei cittadini nel campo del risparmio di energia. E ovviamente la sensibilizzazione, e regolamentazione, dei cittadini alla raccolta differenziata.

7)  Da qui a 10 anni come ti piacerebbe vederti, lavorativamente parlando?

Wow, questa domanda non è facile…
Mi sono trasferita a Chicago da un mese e mezzo, e vivrò qui per i prossimi 4-5 anni. Ho appena ultimato la Tesi di Laurea Specialistica sul ruolo della prossimità nelle politiche territoriali focalizzando l’attenzione sui clusters e sull’ecologia/simbiosi industriale. Nei prossimi mesi cercherò lavoro. Lo Stato dell’Illinois è implicato positivamente in campo ambientale quindi questo è un buon punto di partenza. Ma mi resta da capire la veridicità e la tempestività nell’applicazione di tutte le politiche lanciate negli ultimi tempi a causa del polverone derivante dalla candidatura ai Giochi Olimpici 2016. Non riesco a guardare così a lungo termine, 10 anni…, per ora. Ma sono ottimista verso il mio futuro lavorativo.

Intervistatore: Samuele Falcone

Intervista a Eva Gabaglio (FAI)

Iniziamo subito la rubrica con un’intervista a Eva Gabaglio, professionista e amica che collabora con il Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI). Eva Gabaglio è nata a Capiago Intimiano e si è da poco laureata in Geografia per lo sviluppo e le risorse paesistiche a Torino.
Ciao Eva, ci spieghi brevemente cos’è il FAI-Fondo per l’Ambiente Italiano?

Ciao! Allora, per chi non lo conosce, il FAI è una fondazione senza scopo di lucro che si occupa dal 1975 della tutela e salvaguardia del paesaggio, dei beni culturali e dell’ambiente sul modello (irraggiungibile) del National Trust inglese. La sua attività principale si concentra nel recupero/restauro e nella gestione di beni che vengono donati da benefattori o da enti pubblici e che il FAI si impegna a restituire alla collettività. Se volete scoprire l’elenco e la storia di tutti questi beni (sono circa una quarantina) la trovate qui: http://www.fondoambiente.it/beni/index.asp

Da quanto tempo lavori al FAI? Come hai cominciato? In che ufficio lavori? Quali sono le tue mansioni?

L’occasione per lavorare al FAI è arrivata in concomitanza con la scrittura della mia tesi di laurea specialistica, poco più di un anno fa: desideravo indagare il legame tra le associazioni ambientaliste (e il FAI è una di queste) e le politiche che riguardano il territorio. Ed eccomi qui! dopo 6 mesi di stage, continuo a collaborare con l’Ufficio Paesaggio e Territorio che si occupa di tantissime cose…

Molto brevemente, c’è da gestire le segnalazioni di emergenze territoriali che arrivano da tutta Italia e a cui è necessario trovare un risposta (purtroppo, solo in alcuni casi si può considerare una soluzione al problema); poi c’è da tenere d’occhio la legislazione nazionale e regionale in materia di ambiente e beni culturali, fornendo suggerimenti e osservazioni per migliorarla e contenere i difetti.. un compito immane!! per fortuna c’è un buon rapporto con le altre associazioni (wwf, italia nostra, legambiente) e la collaborazione è d’obbligo per poter contrastare, denunciare, sensibilizzare, informare sia le Istituzioni che i cittadini. E poi convegni, incontri pubblici, comunicati stampa, riunioni, lettere … vi assicuro che non ci si annoia mai!!

Recentemente la presidente del FAI, Giulia Maria Crespi, ha avuto parole dure contro il mancato arrivo del Codice per il Paesaggio. Tu cosa ne pensi?

Beh..non potrei mai contraddire la “zarina” Crespi!!! (una donna favolosa) Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio è in vigore dal 2006, ma in realtà manca ancora l’applicazione di un fondamentale articolo (il 146) che, in sostanza, permetterebbe di completare una rete di controlli, pianificazione e permessi su tutti gli interventi che riguardano il paesaggio. Non certo per aumentare la burocrazia o i vincoli, ma per migliorare la gestione del territorio e impedire il continuo degrado e scempio nei suoi confronti. Ciò che stupisce sempre è come venga sottovalutato il potere attrattivo dei nostri paesaggi per il turismo e per numerose attività economiche che non sia la solita e scontata edilizia. Per esempio, come potrebbe sopravvivere l’economia toscana senza le sue dolci colline e i suoi borghi?

Il FAI nell’ultimo mese ha mandato delle lettere a tutti i sindaci e ad altri stakeholders esprimendo preoccupazioni per la realizzazione del nuovo “Piano casa”. Che tipo di incisività credi possano avere azioni del genere?

Beh..non proprio tutti i sindaci.. ci sono bastati i 1546 comuni della Lombardia.. che fatica trovare tutte le mail!!!! L’obiettivo in questo caso era spiegare le opportunità offerte dalla legge regionale lombarda sul Piano Casa (quello per intenderci che sospende per 18mesi tutti i piani regolatori esistenti e permette di soddisfare il “bisogno di veranda” degli italiani) per salvaguardare il proprio territorio. Credo sia stato molto utile: molti sindaci ci hanno risposto rassicurandoci sul fatto che proteggeranno i loro centri storici, altri ci hanno ringraziato per averli informati.. insomma, il dialogo con gli enti locali è fondamentale per poter diffondere la consapevolezza e richiamare alla responsabilità su certi temi imprescindibili.

Spesso gli addetti ai lavori parlano del paesaggio come “la cenerentola” delle questioni ambientali. Secondo te perchè?

In effetti è una cosa strana: la cultura del paesaggio come “panorama” è diffusa e radicata. Si fa tuttavia ancora molta fatica ad interpretare il paesaggio come espressione visiva non solo delle attività umane (pensiamo ad un borgo o alle innumerevoli coltivazioni tipiche di un’area), ma soprattutto della combinazione delle componenti ambientali (suolo, acqua, vegetazione..). Il paesaggio, invece, dovrebbe essere la chiave di lettura per comprendere l’esito del nostro rapporto con l’ambiente, perciò non è un concetto importante, ma molto di più!

Ti piace questo blog?

Temi molto interessanti, argomenti originali, scritti bene.. direi proprio di sì. Anche se capisco che non sia semplice ritagliarsi un angolino con tutto quello che si trova in rete e, soprattutto, invogliare le persone a commentare, interagire.. in bocca al lupo!

Hai una laurea triennale in Scienze umane dell’ambiente, del territorio e del paesaggio e una specialistica presa a Torino nel corso interfacoltà in Geografia per lo sviluppo e le risorse paesistiche. Le hai scelte perché ti piacciono i nomi lunghi?

Già, proprio così! :) In realtà per la laurea triennale sono andata un po’ ad esclusione; non avevo le idee molto chiare dopo il liceo e quel corso faceva al caso mio: una commistione di materie e argomenti, dall’economia all’urbanistica, tutti presentati in relazione al tema dell’ambiente. Poi ho proseguito il percorso alla ricerca di una laurea specialistica che potesse essere stimolante e interessante e a Torino l’ho trovata!

Che consigli dai a chi come te nella sua vita vuole “fare ambiente”? Che percorso di studi consigli?

Domanda difficile: qualsiasi percorso dovrebbe in linea teorica tenere conto dell’ambiente (ne gioverebbe il mondo intero!); credo che l’approccio geografico che ho seguito abbia il vantaggio di fornire la capacità di interpretare e mettere a sistema le innumerevoli relazioni che esistono tra l’uomo e le sue attività e l’ambiente. Tuttavia, chiunque potrebbe nel suo ambito occuparsi e impegnarsi in favore dell’ambiente.

Di solito noi giovani dobbiamo ascoltare e prendere esempio dai più esperti. Il lavoro in campo ambientale è però qualcosa di molto giovane e innovativo. Ribaltiamo quindi per una volta i termini della domanda: che consiglio vorresti dare ai più “anziani” addetti ai lavori che “fanno ambiente”? Cosa devono imparare dai giovani?

Domanda difficilissima! Mi verrebbe da dire che l’aspetto più importante è l’analisi e la conoscenza dell’ambiente, soprattutto nel suo divenire e nel suo mutarsi nel tempo: prima ancora di “fare ambiente” bisogna “sapere l’ambiente”. Essere disponibili ad innovarsi e cambiare, a sperimentare e provare è cruciale per adattarsi alle sempre nuove problematiche.

Intervistatore: Samuele Falcone