Mal di città: contro la cementificazione diffusa nasce il Movimento nazionale Stop al Consumo di Territorio

Le città si espandono rapidamente sigillando con il cemento preziosi ettari di territorio ogni giorno. Gli spazi urbani si trasformano per lasciare il posto agli scintillanti contenitori del vendere e del comprare. Aumenta il traffico e con esso cresce il bisogno di strade più grandi e nuovi parcheggi. Nuove case chiamano nuovi servizi. Si innesca così un circolo vizioso che porta progressivamente ad un sostanziale abbassamento della qualità del vivere e dell’abitare. Al degrado prodotto dall’incalzante consumo di suolo, spesso, si aggiunge lo spreco: sono migliaia i capannoni vuoti e le case sfitte che si possono censire nei comuni della nostra penisola. Attualmente, l’equazione maggior consumo di territorio = maggior sviluppo è da ritenersi ampiamente superata: in molte aree d’Italia, l’urbanizzazione ha largamente valicato l’equilibrio tra uomo e ambiente, sia dal punto di vista della sostenibilità ambientale che dal punto di vista paesaggistico, ponendo problemi di difficile risoluzione.

Contro la crescita estensiva dell’urbanizzazione, che da oltre mezzo secolo sgretola gli equilibri paesaggistici della nostra penisola sostenendo un modello di sviluppo inefficiente ed energivoro, si sono levate diverse critiche che hanno dato vita a iniziative interessanti. Mesi fa, avevo descritto l’impegnativo lavoro svolto dall’Osservatorio Nazionale sui Consumi di Suolo (vedi: “Allarme cemento: ogni giorno scompaiono 100 ettari di suolo” ); oggi vorrei focalizzare sull’esperienza del Movimento nazionale Stop al Consumo di Territorio, corrente di opinione fondata per difendere il diritto al territorio non cementificato. L’organizzazione è nata due anni fa, contestualmente al lancio della campagna “Stop al Consumo di Territorio”: iniziativa promossa da AltritAsti, Movimento per la Decrescita Felice, AltrItalialtroMondo, Eddyburg e Associazione dei Comuni Virtuosi, la quale ha avuto un successo tale da permettere la creazione di un gruppo ben strutturato. Ad oggi, infatti, il manifesto nazionale di Stop al Consumo di Territorio -visibile all’indirizzo http://www.stopalconsumoditerritorio.it- è già stato sottoscritto da oltre 20.000 cittadini a titolo individuale, i quali vanno sommati alle migliaia di aderenti a ciascuna delle oltre 200 organizzazioni che hanno aderito a titolo collettivo e compongono una lunghissima lista di sostenitori, all’interno della quale si leggono anche nomi importanti, come quello di Domenico Finiguerra, Vandana Shiva, Luca Mercalli, Edoardo Salzano, Maurizio Pallante e altri ancora.

Nucleo centrale a cui si riconnettono le diverse attività del Movimento è la constatazione dell’incapacità dell’ecosistema Italia di sostenere urteriori coperure di suolo; soprattutto per la forte accelerazione che il fenomeno ha avuto nell’ultimo decennio. Il consumo di territorio ha assunto infatti proporzioni preoccupanti e un’estensione devastante: è stato stimato che al ritmo di 250 ettari all’anno, dagli anni ’50 ad oggi, nel nostro Paese è stata coperta di cemento un’area vasta come tutto il Nord Italia. Come già detto, sono perdite gravi perché si tratta di processi che, nella maggior parte dei casi, sono irreversibili. Il territorio, dunque, non può più essere considerato come una risorsa inesauribile e la sua tutela e salvaguardia non devono essere subordinate a interessi finanziari e speculazioni.

Dopo i grossi guadagni che si intravedono su territori edificabili, un altro grande ostacolo alla tutela del territorio è la sostanziale mancanza di conoscenze circa tale vistoso fenomeno; aspetto segnalato di recente anche da Legambiente, INU e Diap del Politecnico di Milano. Il consumo di territorio oggi non è percepito come un problema dalla maggior parte della popolazione; ecco perché il Movimento, fin dall’inizio, ha puntato molto sulla divulgazione delle informazioni e oggi, proprio per rendere più diffusa e condivisa l’azione contro la cementificazione incontrollata dei suoli, alza il tiro predisponendo un nuovo strumento di comunicazione in grado di mettere in “rete” tutti sui sostenitori. In sostanza, si tratta di una piattaforma che unisce un forum di discussione ad una sorta di social network in cui tutte le relazioni sono pubbliche e accessibili (link:http://stopalconsumoditerritorio.ning.com/). All’interno di questa piattaforma sono già stati creati dei gruppi tematici locali, ognuno dei quali ha a disposizione una pagina con forum, commenti, foto, calendario eventi e la possibilità di comunicare tra i membri del gruppo. Una mossa davvero al passo con i tempi che sfrutta saggiamente il potere aggregativo delle reti sociali con la volontà di creare un luogo in cui scambiare idee, proposte, suggerimenti operativi, realizzando un auto-aggiornamento costante.

La campagna portata avanti dal Movimento nazionale Stop al Consumo di Territorio è molto più che una semplice protesta: è la ricerca di un modello alternativo e partecipato in grado di interrompere quel “circolo vizioso” che da decenni domina nelle dinamiche territoriali. Ripensare all’urbanistica, restituendo dignità alla pianificazione territoriale e rimettendola nelle mani del soggetto pubblico. Un’ipotesi che si è tradotta in realtà inizialmente nel comune di Cassinetta di Lugagnano, primo comune italiano a dotarsi di un PGT a crescita zero, che oggi guida i passi degli amministratori virtuosi che hanno optato per una politica urbanistica e territoriale che si stacca dal modello della crescita infinita.

Autore: Sara Colombo



Environment jr: intervista a Margherita Cisani

Ciao Margherita, cosa stai facendo oggi? Stai scrivendo la tua tesi? Se sì, dicci di cosa parla, altrimenti faremo finta che questa domanda non sia mai stata fatta.

Ad essere sincera ho appena finito di fare colazione, sono appena tornata a casa e sto facendo una pausa… sto rispondendo a pezzi! Dunque, la mia tesi si intitola “Aree protette: paesaggio e cogestione”, si tratta di una ricerca su come l’attenzione al paesaggio, in tutte le sue forme e definizioni, possa essere importante all’interno della gestione delle aree protette e nei progetti di cooperazione in campo ambientale. Integrare l’analisi del paesaggio nei processi di ricerca e di analisi di un contesto di intervento significa inoltre considerare, coinvolgere e cercare di comprendere il punto di vista delle persone che un determinato territorio lo vivono, trasformandolo in un paesaggio carico di significati, collettivi e individuali. Per questo motivo il paesaggio e la partecipazione pubblica diventano due aspetti importanti nei processi di gestione e tutela delle risorse naturali.

Cooperazione internazionale, sappiamo che è il tuo geo-mantra. Pensi che lo stato geopolitico attuale dimostri che questa è fallita, oppure che ce ne è un estremo bisogno?

Penso che sia fallita ma che proprio per questo ci sia un estremo bisogno di una cooperazione corretta, attenta, magari anche piccola ma che sia efficace, in altre parole di una cooperazione sostenibile. Sostenibile sotto ogni aspetto: da quello economico a quello ambientale, passando naturalmente per una sostenibilità anche di tipo culturale, che sia cioè maggiormente attenta e aperta ai valori, ai costumi, alle abitudini e in generale alla vita delle popolazioni destinatarie dei progetti, le quali non dovrebbero mai essere attori passivi in questi processi. Credo inoltre che non si debbano dimenticare tutte le varie forme possibili in cui si concretizza la cooperazione, che non corrispondono esclusivamente ai progetti delle Ong o a quelli, purtroppo spesso disastrosi, delle grandi Organizzazioni Internazionali. Vi sono infatti altri modi per ridistribuire equamente le risorse cercando di rimediare agli errori passati, uno fra tutti è la cooperazione decentrata, che si basa sostanzialmente su un rapporto di scambio diretto tra enti omologhi, università del cosiddetto Nord con università del Sud del mondo, comuni con comuni, enti parco con enti parco, e così via. Come in ogni cosa, tuttavia, non mi piace decidere tra nero e bianco, vi sono molti aspetti e sfumature della cooperazione da salvare e che se incentivati e sostenuti possono dare ottimi frutti, mentre ne esistono altri decisamente da abolire.

Raccontaci un po’ della tua esperienza in Africa, dove sei stata? Per quanto tempo?

Sono stata in Burkina Faso per circa due mesi, per approfondire il tema oggetto della tesi analizzando un caso studio. L’occasione fortunata mi è stata fornita dal Dipartimento Interateneo Territorio dell’Università di Torino, grazie al quale sono potuta entrare in un progetto di ricerca dedicato all’analisi della cooperazione tra Aree Protette piemontesi e subsahariane e all’analisi delle diverse rappresentazioni e percezioni della natura. In particolare mi sono concentrata sul caso di un corridoio ecologico in fase di istituzione fra il Parco Nazionale Kaboré Tambi e il Ranch di Nazinga, nel sud del paese. Ho cercato, tramite interviste e ricerche, di raccogliere abbastanza informazioni in modo tale da poter delineare le caratteristiche dei diversi sguardi che contemporaneamente insistono sullo stesso territorio, sullo spazio del corridoio ecologico. Questo mi ha permesso di sperimentare sul campo l’effettiva presenza di numerosi paesaggi, percepiti in modo diverso a seconda dei punti di vista.

È stata un’esperienza significativa per me, sotto molti aspetti; ora sto aspettando di avere abbastanza fondi per poterci tornare e restituire così la tesi conclusa.

Il protocollo di Kyoto permette di realizzare emission credits in Paesi in Via di Sviluppo con progetti di tecnologie pulite a minor costo. Molti sono critici su questa compravendita, tu cosa ne pensi?

Rispondo come sopra: non credo sia facile esprimere un giudizio netto su meccanismi complessi e articolati come questi. Secondo me la creazione di questo tipo di meccanismi è stata sicuramente un’idea innovativa, che ha contribuito a diffondere all’interno dei principali settori produttivi una maggior consapevolezza delle conseguenze, le cosiddette “esternalità negative”, generate dall’emissione di gas climalteranti in atmosfera. Assegnare un valore economico ai beni ambientali, concetto che sta alla base di questi meccanismi, forse non è idealmente corretto, ma permette di dare un’idea della loro importanza, del valore dei servizi che quotidianamente la natura ci offre. L’importante, in questi meccanismi, credo sia la correttezza della loro applicazione, la quale deve mirare ad una netta riduzione senza prevedere troppe scorciatoie e garantendo sanzioni adeguate per i Paesi che non adempiono agli impegni. Inoltre bisogna ricordare che, trattandosi di atmosfera, qualunque fonte di inquinamento o riduzione nelle emissioni genera un effetto globale e non localizzato, per questo ha senso il sistema dello scambio dei crediti, il quale fissa un tetto massimo alle emissioni e permette poi alle imprese di trovare il metodo più economico per ridurle.

Come vedi il tuo futuro lavorativo? Cosa ti piacerebbe fare?

Vedo un futuro piuttosto incerto. Non solo per le circostanze esterne ma anche per la polivalenza degli studi seguiti. Attualmente mi piacerebbe approfondire la conoscenza del mondo delle aree protette, comincerò infatti con uno stage presso il Parco dei Colli di Bergamo. In futuro vorrei cercare di riavvicinarmi alla cooperazione internazionale di tipo ambientale, provando ad esportare l’esperienza piemontese dei “Parchi senza frontiere” anche in altre regioni d’Italia.

Bergamo o Torino?

Ber-rino!

Geografia o Scienze Umane dell’Ambiente?

Assolutamente geografia, sperando un giorno di non dover più rispondere alla domanda “che cos’è?”.

ps: chiedo scusa per il ritardo con cui ho risposto a questa intervista!

Intervista a Eva Gabaglio (FAI)

Iniziamo subito la rubrica con un’intervista a Eva Gabaglio, professionista e amica che collabora con il Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI). Eva Gabaglio è nata a Capiago Intimiano e si è da poco laureata in Geografia per lo sviluppo e le risorse paesistiche a Torino.
Ciao Eva, ci spieghi brevemente cos’è il FAI-Fondo per l’Ambiente Italiano?

Ciao! Allora, per chi non lo conosce, il FAI è una fondazione senza scopo di lucro che si occupa dal 1975 della tutela e salvaguardia del paesaggio, dei beni culturali e dell’ambiente sul modello (irraggiungibile) del National Trust inglese. La sua attività principale si concentra nel recupero/restauro e nella gestione di beni che vengono donati da benefattori o da enti pubblici e che il FAI si impegna a restituire alla collettività. Se volete scoprire l’elenco e la storia di tutti questi beni (sono circa una quarantina) la trovate qui: http://www.fondoambiente.it/beni/index.asp

Da quanto tempo lavori al FAI? Come hai cominciato? In che ufficio lavori? Quali sono le tue mansioni?

L’occasione per lavorare al FAI è arrivata in concomitanza con la scrittura della mia tesi di laurea specialistica, poco più di un anno fa: desideravo indagare il legame tra le associazioni ambientaliste (e il FAI è una di queste) e le politiche che riguardano il territorio. Ed eccomi qui! dopo 6 mesi di stage, continuo a collaborare con l’Ufficio Paesaggio e Territorio che si occupa di tantissime cose…

Molto brevemente, c’è da gestire le segnalazioni di emergenze territoriali che arrivano da tutta Italia e a cui è necessario trovare un risposta (purtroppo, solo in alcuni casi si può considerare una soluzione al problema); poi c’è da tenere d’occhio la legislazione nazionale e regionale in materia di ambiente e beni culturali, fornendo suggerimenti e osservazioni per migliorarla e contenere i difetti.. un compito immane!! per fortuna c’è un buon rapporto con le altre associazioni (wwf, italia nostra, legambiente) e la collaborazione è d’obbligo per poter contrastare, denunciare, sensibilizzare, informare sia le Istituzioni che i cittadini. E poi convegni, incontri pubblici, comunicati stampa, riunioni, lettere … vi assicuro che non ci si annoia mai!!

Recentemente la presidente del FAI, Giulia Maria Crespi, ha avuto parole dure contro il mancato arrivo del Codice per il Paesaggio. Tu cosa ne pensi?

Beh..non potrei mai contraddire la “zarina” Crespi!!! (una donna favolosa) Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio è in vigore dal 2006, ma in realtà manca ancora l’applicazione di un fondamentale articolo (il 146) che, in sostanza, permetterebbe di completare una rete di controlli, pianificazione e permessi su tutti gli interventi che riguardano il paesaggio. Non certo per aumentare la burocrazia o i vincoli, ma per migliorare la gestione del territorio e impedire il continuo degrado e scempio nei suoi confronti. Ciò che stupisce sempre è come venga sottovalutato il potere attrattivo dei nostri paesaggi per il turismo e per numerose attività economiche che non sia la solita e scontata edilizia. Per esempio, come potrebbe sopravvivere l’economia toscana senza le sue dolci colline e i suoi borghi?

Il FAI nell’ultimo mese ha mandato delle lettere a tutti i sindaci e ad altri stakeholders esprimendo preoccupazioni per la realizzazione del nuovo “Piano casa”. Che tipo di incisività credi possano avere azioni del genere?

Beh..non proprio tutti i sindaci.. ci sono bastati i 1546 comuni della Lombardia.. che fatica trovare tutte le mail!!!! L’obiettivo in questo caso era spiegare le opportunità offerte dalla legge regionale lombarda sul Piano Casa (quello per intenderci che sospende per 18mesi tutti i piani regolatori esistenti e permette di soddisfare il “bisogno di veranda” degli italiani) per salvaguardare il proprio territorio. Credo sia stato molto utile: molti sindaci ci hanno risposto rassicurandoci sul fatto che proteggeranno i loro centri storici, altri ci hanno ringraziato per averli informati.. insomma, il dialogo con gli enti locali è fondamentale per poter diffondere la consapevolezza e richiamare alla responsabilità su certi temi imprescindibili.

Spesso gli addetti ai lavori parlano del paesaggio come “la cenerentola” delle questioni ambientali. Secondo te perchè?

In effetti è una cosa strana: la cultura del paesaggio come “panorama” è diffusa e radicata. Si fa tuttavia ancora molta fatica ad interpretare il paesaggio come espressione visiva non solo delle attività umane (pensiamo ad un borgo o alle innumerevoli coltivazioni tipiche di un’area), ma soprattutto della combinazione delle componenti ambientali (suolo, acqua, vegetazione..). Il paesaggio, invece, dovrebbe essere la chiave di lettura per comprendere l’esito del nostro rapporto con l’ambiente, perciò non è un concetto importante, ma molto di più!

Ti piace questo blog?

Temi molto interessanti, argomenti originali, scritti bene.. direi proprio di sì. Anche se capisco che non sia semplice ritagliarsi un angolino con tutto quello che si trova in rete e, soprattutto, invogliare le persone a commentare, interagire.. in bocca al lupo!

Hai una laurea triennale in Scienze umane dell’ambiente, del territorio e del paesaggio e una specialistica presa a Torino nel corso interfacoltà in Geografia per lo sviluppo e le risorse paesistiche. Le hai scelte perché ti piacciono i nomi lunghi?

Già, proprio così! :) In realtà per la laurea triennale sono andata un po’ ad esclusione; non avevo le idee molto chiare dopo il liceo e quel corso faceva al caso mio: una commistione di materie e argomenti, dall’economia all’urbanistica, tutti presentati in relazione al tema dell’ambiente. Poi ho proseguito il percorso alla ricerca di una laurea specialistica che potesse essere stimolante e interessante e a Torino l’ho trovata!

Che consigli dai a chi come te nella sua vita vuole “fare ambiente”? Che percorso di studi consigli?

Domanda difficile: qualsiasi percorso dovrebbe in linea teorica tenere conto dell’ambiente (ne gioverebbe il mondo intero!); credo che l’approccio geografico che ho seguito abbia il vantaggio di fornire la capacità di interpretare e mettere a sistema le innumerevoli relazioni che esistono tra l’uomo e le sue attività e l’ambiente. Tuttavia, chiunque potrebbe nel suo ambito occuparsi e impegnarsi in favore dell’ambiente.

Di solito noi giovani dobbiamo ascoltare e prendere esempio dai più esperti. Il lavoro in campo ambientale è però qualcosa di molto giovane e innovativo. Ribaltiamo quindi per una volta i termini della domanda: che consiglio vorresti dare ai più “anziani” addetti ai lavori che “fanno ambiente”? Cosa devono imparare dai giovani?

Domanda difficilissima! Mi verrebbe da dire che l’aspetto più importante è l’analisi e la conoscenza dell’ambiente, soprattutto nel suo divenire e nel suo mutarsi nel tempo: prima ancora di “fare ambiente” bisogna “sapere l’ambiente”. Essere disponibili ad innovarsi e cambiare, a sperimentare e provare è cruciale per adattarsi alle sempre nuove problematiche.

Intervistatore: Samuele Falcone