
Fonte immagine: giallorenato.it
È giunto il momento di intervistare l’ideatore di questo sito-blog, nonché amico e collega geografo grazie al quale mi ritrovo a collaborare e a scrivere per la prima volta qui.
Samuele, hai alle spalle una Laurea Triennale in Scienze Umane per l’Ambiente e un biennio di Specialistica in Geografia per lo Sviluppo e le Risorse Paesistiche, corsi di laurea decisamente poco conosciuti e molto interdisciplinari; qual è stato nello specifico il tuo percorso? In che modo, e con quali mancanze se vi sono, l’università ti ha permesso di acquisire delle competenze?
All’inizio mi sono fatto attirare da una vocazione paesaggistica e dall’interesse antropologico, così ho scelto Scienze umane dell’ambiente. Dopo ho scoperto che la parte relativa alle politiche ambientali mi interessava altrettanto e che soprattutto poteva darmi la guida non solo per descrivere e conoscere le bellezze ambientali del mondo, ma anche di poter lavorare perché queste potessero mantenersi. E poi mi è sembrato il filone che potevo far diventare anche lavoro, forse. Così dalla specialistica mi sono spostato verso discipline un pochino più “fredde” ma che rendevano più “utili “ quelle più interessanti a cui connetterle (non so se è chiara ‘sta frase, mah!). Per quanto riguarda le mancanze dell’università non saprei, ma mi sembra che in Italia a meno che tu faccia ingegneria, informatica o discipline molto tecnologiche, bisogna arrangiarsi e costruirsi qualcosa da soli. Forse in Italia dovremmo investire di più in cultura e ricerca sul medio-lungo termine, ma non è una novità.
Già prima di conoscerti personalmente la tua fama di blogger e frequentatore di forum ti precedeva, da dove nasce questa volontà di comunicare, divulgare e parlare di ambiente? Come giudichi la qualità della comunicazione ambientale a livello dei mass media principali?
Aahahahah trista fama. Non saprei, diciamo che mi piace comunicare in genere e che può essere un modo per farsi conoscere meglio. O forse ho un animo nerd represso (ma nemmeno tanto). In realtà questo nuovo blog nasce più dalla volontà di condividere con altri le conoscenze, quindi ascoltare, dialogare, commentare, anziché scrivere da solo verso l’esterno. E poi un altro motivo è che proprio mi pare che si parli ancora poco di queste cose, o meglio se ne parla spesso ma a sproposito, con connotati lamentosi e catastrofici, oppure approssimativi e superficiali. Facciamoci sentire!
In passato ti sei occupato di sostenibilità e partecipazione nel tuo comune, Cinisello Balsamo, in particolare nell’ambito del processo di Agenda 21 Locale; che cos’è l’Agenda 21 Locale e quali sono i legami tra la partecipazione dei cittadini e lo sviluppo sostenibile?
Le Pubbliche Amministrazioni in Italia sono sempre viste come delle pompose macchine inaccessibili ai più. Da una parte ci sono i cittadini insospettiti da poche trasparenze, scontenti per burocrazie assurde e numerose lentezze, dall’altra parte gli amministratori e tecnici spesso arroccati e impauriti da una cittadinanza poco collaborativa, aggressiva e a volte ingiustificatamente rabbiosa. Come accade con Agenda 21, il programma ONU per lo sviluppo sostenibile, a livello locale invece è possibile valorizzare le conoscenze di tutti gli attori che compongono un territorio, che sono la risorsa fondamentale su cui investire. E’ sorprendente a volte vedere come il dialogo amministratori-tecnici-cittadini possa produrre cose molto positive per tutti.
A proposito di enti pubblici, attualmente collabori con una società di consulenza che si occupa di progetti di sviluppo sostenibile, cosa possono fare i comuni per dare il buon esempio? Come funziona lo strumento degli Acquisti Verdi?
Gli acquisti verdi (il cd. Green Public Procurement) sono strumenti molto importanti che permettono alle PA di inserire criteri ambientali in bandi e gare d’appalto. Non è una cosa facile e richiede molta conoscenza anche tecnica, dialogo con gli attori, volontà a cambiare le proprie abitudini e coraggio. Peraltro in una tematica molto delicata come quella degli appalti pubblici. Però può essere ben più di una buona pratica: il 14% del PIL europeo è composto da acquisti pubblici, il potere di leva è enorme per cambiare il mercato e salvare l’ambiente, dal momento che le attività produttive e il consumo di prodotti anche se non ce ne rendiamo conto sono le attività più impattanti che esistano.
Tornando a te, alla tua esperienza personale, come stai vivendo il passaggio dall’università al mondo del lavoro? Che consigli daresti a chi non ha ancora affrontato questo momento?
Il classico dilemma del geografo. Il passaggio è stato molto graduale perché per caso all’inizio e per volontà poi mi sono trovato “invischiato” dal terzo anno di università in stage vari, contratti, contrattini, ri-stage etc. Attualmente ho un contratto vero, dopo più di 3 anni di investimenti in buona volontà, che mi permette di vivere autonomamente e lavoro a tempo pieno. Forse il percorso si è allungato un po’, anche se a brevissimo si concluderà, però diciamo che non volevo perdere un treno. Il consiglio è quello di avere molta, molta, molta, molta, molta (molta periodico) pazienza. E poi anche un po’ di intraprendenza, bisogna decidere magari di spostarsi, rischiare e fare un po’ di sacrifici. Ma comunque sia non mi sento affatto arrivato, anzi, quindi consigli da altri sono ben accetti.
Una curiosità: Milano, Torino, Ferrara.. di tutte le città in cui hai vissuto, studiato e lavorato, qual è quella in cui ti sei trovato meglio? E quali sono le caratteristiche che secondo te rendono una città sostenibile, che garantiscono un’elevata qualità della vita?
Ma direi che Torino sicuramente è la migliore, mi piace molto il connubio città-natura che si trova fra le rive del Po, i grandi viali, le luci notturne e poi chiaramente tutti gli amici che ho trovato vivendo per la prima volta fuori casa. Ultimamente sono stato anche a Roma e mi è piaciuta parecchio. Un’altra trasferta estremamente gradevole è stata in Val di Non. Ferrara ha un enorme petrolchimico alle porte della città che inquina l’aria e mette anche un po’ d’ansia, quelli a essere sostenibili sono i ferraresi, eccellenti in comportamenti sostenibili e con un governo della città ammirevole. Per quanto riguarda Milano invece da una parte si fa promotrice dell’innovazione sostenibile, poi si cerca di costruire al parco sud e fare un eliporto al parco nord per viaggi di lusso, cementificando (ma non ci riusciranno, tutti i cittadini del Nord Milano lo impediranno, credo, spero), il miglior parco metropolitano d’Italia e affossando una delle zone più densamente abitate e urbanizzate d’Italia. Però devo dire che i milanesi ultimamente si stanno svegliando, c’è molto fermento e partecipazione sulle tematiche ambientali, finalmente.
In definitiva non ho ancora scelto dove voglio vivere con fissa dimora, non è una cosa che ho in mente di fare a breve termine, anzi.
Forse una città per essere sostenibile deve smettere di costruire perché il tempo è finito, è l’ora del verde e anche dell’embellissemnt, dei piani del colore per l’edilizia, delle commissioni per il paesaggio. Però per essere sostenibile deve offrire anche servizi culturali, formativi e per il tempo libero di un certo livello, altrimenti rimane una scatola vuota.
Personalmente mi trovo spesso in difficoltà quando devo descrivere il ruolo di un laureato in geografia, quando mi chiedono di definire e collocare la figura professionale del geografo; A cosa serve un geografo secondo te? Per quella che è tua esperienza, come reagisce l’ambiente degli “environment senior” alla scesa in campo di queste nuove figure professionali, così poco settoriali e più interdisciplinari?
Mah! Il geografo nella mia tesi è il governatore della complessità moderna, parafrasando Norberto Bobbio il nocchiere che dà la direzione a un mondo spaesato, soprattutto quello in grado di vedere tutte le parti e non solo il singolo pezzetto del puzzle di tutto ciò che è “ambiente”.
Gli environment senior a volte conoscono e ne sono entusiasrti, più spesso non gli importa particolarmente del “nome” quanto sapere quello che sai fare. Per me il geografo deve coltivare la propria eterogeneità di stimoli, patrimonio fondamentale anche per lavorare, perché il mondo del lavoro chiede di sapere un po’ di tutto ed elasticità continua. Allo stesso tempo credo bisogni ritagliarsi un filone, un argomento, un tema che ci interessa più di altri e svilupparlo all’interno di tutte le discipline che conosciamo, così si riesce davvero a dare un valore aggiunto rispetto agli altri al proprio lavoro, e il risultato alla fine è premiato. Non è una cosa sempre facile da fare peraltro, questo è vero.
Ultima domanda: Ti piace questo blog?
Ahahah vediamo come va
Intervistatore: Margherita Cisani
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