Ricostruire i nostri paesaggi è possibile se si gettano le giuste fondamenta! WWF Lecco e il Parco Monte Barro insieme per un Corso di tecniche di costruzione di muri a secco

fonte immagine: manualino.com

Un incontro teorico preliminare, muri a secco da restaurare, pietre di varie dimensioni, qualche utensile da lavoro, un buon numero di volontari e tanta buona volontà! Questa è la formula che sta alla base del progetto di cui vi voglio parlare oggi. Si tratta di un’interessante esperienza recentemente messa in campo dal Consorzio Parco del Monte Barro, con la collaborazione dell’Associazione WWF Lecco e il patrocinio del Comune di Galbiate. Un’iniziativa che oltre a gettare le basi per un’efficace manutenzione attiva del territorio, contribuisce anche a risvegliare una sensibilità nuova nei confronti di una tipologia di paesaggio, molto diffusa nelle aree collinari e montane del nostro Paese,  che, forse per troppo tempo, è stata data un po troppo per scontata: quasi fosse qualcosa di eterno ed immutabile. Cosa che in realtà non è affatto, date le costanti e ripetute cure che richiedono questi siti e i rilevanti problemi che insorgono quando queste vengono meno.

I lavori si sono aperti venerdì 26 marzo, data in cui si è svolto il primo dei due appuntamenti in calendario: l’incontro teorico introduttivo. Durante la serata le parole di Michele Wolfger, della società Giardinarte di Mandello Lario, hanno guidato i partecipanti alla scoperta delle tecniche fondamentali per la realizzazione dei questi affascinanti manufatti: dalla descrizione delle fasi di costruzione per passare alla comprensione delle cause di degrado, dall’uso dei materiali rocciosi alle modalità di recupero e di riconsolidamento. A questa prima seduta è seguita una sessione pratica in cui 25 fortunati partecipanti hanno potuto mettere in pratica quanto appreso in precedenza partecipando alle operazioni di smontaggio, di preparazione del terreno, di ricostruzione, di consolidamento e di restauro di un tratto di muro degradato in località Camporeso-Costa di Galbiate.

Mi ha molto colpito la spontaneità di questa iniziativa, tanto che mi sono messa in contatto con   Stefano Riva, fervente attivista di WWF Lecco che voglio ringraziare per il tempo che ci ha dedicato, perché ci potesse aiutare a guardare il tutto un po più da vicino; a partire da capire da dove sia partito lo spunto per attivare questo ciclo di incontri. Riva mi spiega che l’idea “… è nata semplicemente dal fatto che i muri a secco ci piacciono. Se a questo aggiungiamo che sono anche degli scrigni di  natura in cui si possono trovare animali e piante non comuni, il gioco è subito fatto. Devo ammettere che l’innesco è stato soprattutto questo; poi ne è seguito un percorso di riscoperta del valore paesaggistico, storico e quindi della cultura rurale che sono associati al muro a secco e che nel Parco del Monte Barro hanno trovato “terrazzamenti fertili”. Come accade spesso in questi casi, tra la passione e l’interesse dei soci del Panda e le esigenze del Parco Monte Barro si è celebrato un matrimonio felice: da un lato la voglia di impegnarsi per la conservazione di preziosi habitat naturali, dall’altro la necessità di intervenire nelle porzioni terrazzate maggiormente esposte al degrado strutturale e la mancanza di fondi da destinare ad azioni di questo tipo.

Gli incontri, come potrete constatare visitando la galleria fotografica di WWF Lecco su http://picasaweb.google.it/wwflecco/ , sono stati un vero e proprio successo! La partecipazione è stata talmente alta da richiedere l’organizzazione di un secondo incontro sul campo: un risultato del tutto inaspettato per gli organizzatori che si aspettavano la metà dei partecipanti (una sessantina in totale)! Oltretutto un aspetto interessante da notare sono le svariate motivazioni che hanno spinto le persone a partecipare e la presenza giovane: “l’età media dei partecipanti è stata intorno ai 50 anni, segno che l’interesse si è infiltrato anche in gruppi di giovani (30-35 anni e anche meno!). Chi ha partecipato aveva come obiettivo la comprensione delle tecniche costruttive per la realizzazione di un muro in una sua proprietà, ma abbiamo avuto giovani florovivaisti che forse hanno intenzione di applicare le conoscenze acquisite nel loro ambito lavorativo; altri partecipanti avevano un interesse di tipo “nostalgico”, ovvero risentire e rivedere cose e azioni del loro passato”.

Fatto ancor più positivo è che l’entusiasmo con cui è stata accolta questa iniziativa oggi permette agli attivisti di WWF Lecco di alzare il tiro e sognare di poter creare un gruppo stabile di “operatori” specializzati volontari che, in stretta collaborazione con il Parco del Monte Barro, possa intervenire nei siti più sensibili e di maggiore interesse. L’obiettivo sarebbe quello di realizzare un programma a lungo termine di interventi attivando una forma di volontariato ambientale, ancora troppo poco diffusa in Italia, simile a quella che mette in campo da anni il BTCV (British Trust Conservation Volountiers). Il Parco ha bisogno di interventi di questo tipo essendo da sempre legato ad attività agricole che hanno occupato i versanti della montagna e che oggi vanno via via riducendosi ponendo problemi di stabilità dei versanti. Il grosso fattore limitante che ha impedito all’ente gestore di organizzare un programma di lavoro diffuso ed incisivo è il costo economico che si deve sostenere per recuperare questi manufatti. Da qui l’idea di “rimboccarsi le maniche”.

Per il momento sono state raccolte le prime adesioni, ma è chiaro che c’è ancora molto da fare per raggiungere l’ambizioso obbiettivo di creare un gruppo stabile di manutentori volontari. Se volete dare il vostro contributo impegnandovi in difesa dell’ambiente, imparare tecniche tradizionali che si stanno rapidamente perdendo o semplicemente vivere un’emozionate esperienza a contatto con la natura e con persone che la amano, vi invito a prendere contatti con WWF Lecco visitando il loro sito all’indirizzo www.wwf.lecco.it. Personalmente penso che sia un’idea davvero bella e spero davvero che abbia successo!

Autore: Sara Colombo

A distanza di 18 anni dalla Convenzione di Rio, l’Italia finalmente elabora la propria strategia nazionale per la tutela della biodiversità

fonte foto: wwf.it

Nelle scorse settimane è stato avviato il programma di lavoro che porterà l’Italia ad adottare la propria strategia nazionale per la tutela della biodiversità, traducendo finalmente in pratica gli impegni presi nel 1992 con la sottoscrizione della Convenzione Internazionale sulla Diversità Biologica (CBD). In vista della prima Conferenza Nazionale per la Biodiversità, convocata per il 20–22 maggio 2010 presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ha presentato la propria bozza di “Strategia Nazionale per la Biodiversità” che è stata discussa proprio in questi giorni dai diversi attori istituzionali, economici e sociali interessati per arrivare alla definizione di scenari futuri attraverso un percorso condiviso e partecipato. Infatti, per garantire un approccio multidisciplinare alla Conferenza, il Ministero ha deciso di promuovere la più ampia consultazione possibile organizzando, con il supporto di WWF Italia e del Dipartimento di Biologia vegetale dell’Università “La Sapienza”, tre workshop preliminari che si sono svolti a Firenze giovedì 29 aprile, a Padova giovedì 6 maggio e infine a Napoli giovedì 13 maggio. In questi gruppi di lavoro associazioni di categoria, rappresentanti del mondo accademico e scientifico, insieme a esponenti dei settori economici e sociali, hanno confrontato le proprie osservazioni sulla bozza proposta, comparato le principali iniziative messe in campo nel corso degli anni e discusso gli obiettivi strategici per la conservazione della biodiversità in Italia da raggiungere entro il 2020.

L’Italia è uno tra i paesi più ricchi di biodiversità. Se guardiamo al solo patrimonio vegetale il numero di specie presenti in Italia è altissimo: senza considerare Procarioti, Alghe e Funghi, le sole piante vascolari sono 6.759, a cui vanno aggiunte circa 1.100 Briofite (Fonte: Lipu, 2005). Purtroppo oggi stiamo rapidamente perdendo gran parte di questa inestimabile ricchezza sotto la spinta degli incalzanti consumi di suolo e del conseguente degrado degli habitat naturali, delle scelte dell’agricoltura di mercato e per via dei gravi danni prodotti agli ecosistemi dalla della caccia e dal bracconaggio. Infatti anche la diversità faunistica è a repentaglio: come ha più volte segnalato WWF Italia, nei prossimi anni rischiamo di perdere diverse specie animali come l’orso bruno, la lontra, il capovaccaio, l’aquila del Bonelli, la pernice bianca e la gallina prataiola. È necessario che ci rendiamo conto dell’irreversibilità di queste estinzioni a passiamo all’azione.

Sfortunatamente oggi il problema della perdita di varietà biologica non è ancora adeguatamente sentito; un po come non lo era, trenta anni fa, quello del cambiamento  climatico in atto.  Speriamo solo di non dover aspettare così tanto per riconoscere la gravità della situazione attuale. Sicuramente l’adozione di una strategia nazionale è un buon punto di partenza per dare immediata attuazione agli obbiettivi locali, ma non basta. Occorre gettare le basi per un cambiamento culturale che porti alla ribalta questo tema, consentendo di intervenire anche a livello planetario, in quei sistemi (come ad esempio le foreste tropicali o le barriere coralline) che vengono costantemente devastati.

Cambiare mentalità significa anzitutto abbandonare la canonica visione antropocentrica e di natura che da sempre guida le scelte decisionali a livello politico, sociale ed economico: una concezione in cui le risorse del pianeta sono viste come finalizzate all’uomo in funzione prevalentemente utilitaristica e di sfruttamento. La realtà è molto diversa: qualsiasi sistema economico e sociale è parte dell’ecosistema Terra e non potrebbe esistere se non ci fossero le limitate risorse del pianeta a sostenerlo.

Autore: Sara Colombo